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LIBIA
09.01.2020 - 20:380

Haftar respinge il cessate il fuoco

Dopo il sì di Tripoli alla proposta di tregua avanzata da Turchia e Russia, l'uomo forte della Cirenaica ha respinto la richiesta di uno dei suoi maggiori sostenitori, Vladimir Putin

di Redazione

TRIPOLI - Ancora una volta, il generale Khalifa Haftar gela tutti. Dopo il sì di Tripoli alla proposta di un cessate il fuoco avanzata da Turchia e Russia, l'uomo forte della Cirenaica ha respinto la richiesta di uno dei suoi maggiori sostenitori, Vladimir Putin, che con Recep Tayyip Erdogan - sponsor dal canto suo del rivale Fayez al Sarraj - aveva sorpassato tutti in corsa, Ue compresa, lanciando l'appello a far tacere le armi a partire dalla mezzanotte di domenica 12 gennaio.

"Ringraziamo la Russia per il suo sostegno ma non possiamo smettere di combattere il terrorismo", ha annunciato il portavoce del sedicente Esercito nazionale libico guidato da Haftar, Ahmed al Mismari, giustificando così l'offensiva contro le milizie che difendono il fragile governo di Tripoli, l'unico riconosciuto dall'Onu.

Un'offensiva che, stando a informazioni frammentarie e difficili da verificare sul terreno, si concentra al momento attorno a Sirte e sulla stessa capitale libica. Nella notte l'aeroporto di Mitiga, l'unico funzionante a Tripoli, sarebbe stato preso di mira da nuovi raid, secondo il Libya Observer, che punta il dito contro l'aviazione degli Emirati arabi, altro attore nella guerra per procura libica schierato al fianco di Haftar.

Ma accanto alle armi, nel Paese nordafricano si gioca anche una guerra di propaganda: come l'annuncio oggi, seguito da smentita, di un attacco all'accademia militare di Misurata, o il presunto sequestro del premier Sarraj al rientro ieri da Bruxelles, seccamente smentito.

La mossa di Ankara e Mosca ha comunque spiazzato l'Unione europea che sulla scacchiere libico fatica a ritrovare il bandolo della matassa. L'Europa da mesi non riesce nemmeno a fissare una data per la sua conferenza di Berlino, che nei desiderata dovrebbe servire a mettere tutti intorno a un tavolo e risolvere le contese. A Erdogan e Putin sembrava invece bastare un incontro per sancire una possibile pax libica che, dopo la spartizione di fatto della Siria tra le due potenze, doveva preludere a un loro accresciuto potere anche nel Mediterraneo centrale. A discapito soprattutto di Italia e Francia, abituate fino a non molto tempo fa a esercitare la loro influenza al di là del Canale di Sicilia.

Un ritorno a un passato glorioso e mai dimenticato per la Turchia, che alimenta così le ambizioni neo-ottomane di Erdogan che in Libia sta schierando i suoi militari. Il sultano di Ankara non perde occasione per ricordare ai turchi di "essere tornati nei luoghi dove i nostri antenati hanno scritto la storia", prima della conquista coloniale italiana nel 1911. Una proiezione verso Ovest molto utile invece alla Russia per accrescere il suo peso nelle relazioni con l'Unione europea, per la quale la Libia rappresenta un'importante fonte di approvvigionamento di petrolio, oltre che la porta di accesso per i migranti.

Gli stessi protagonisti dell'Ue si rendono conto della necessità di accelerare in fretta il ritmo della loro azione per non farsi estromettere e per non vedere ulteriormente affievolire il loro ruolo. "È importante essere parte della discussione, dobbiamo essere più attivi sullo scenario internazionale", ha ammesso il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Sabato sarà in Turchia ed Egitto per discutere del dossier. Mentre i ministri degli Esteri dell'Ue si incontreranno domani a Bruxelles per una riunione del Consiglio.

In vista dell'appuntamento e reduce da un tour diplomatico in Nord Africa, il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio è tornato a denunciare le "interferenze da parte di Stati esterni" e ha invitato l'UE ad adottare un embargo sulle armi dirette verso la Libia.

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