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23.10.2019 - 20:280

Brexit, ok dell'Ue alla proroga

La campagna elettorale è già partita, sia da parte del premier conservatore, sia dei leader delle forze di opposizione

LONDRA - Torna a spirare impetuoso il vento delle elezioni anticipate a Londra dopo dopo il doppio voto contrastante sulla Brexit alla Camera dei Comuni: il primo favorevole al governo di Boris Johnson sulla legge attuativa dell'accordo raggiunto dal primo ministro Tory con Bruxelles, ma il secondo negativo sull'iter sprint che egli avrebbe voluto imporre per garantirsi la ratifica definitiva entro il 31 ottobre.

Una svolta a metà, da cui BoJo è uscito senza dubbio rafforzato, ma non abbastanza da rompere ancora lo stallo. E che lascia l'Ue a questo punto arbitra della decisione da prendere sulla durata dell'ennesima proroga dell'uscita del Regno.

I 27 per ora si sono consultati a livello di ambasciatori e hanno detto sì «all'opportunità di concedere l'estensione», anche perché l'alternativa sarebbe stato il no deal. Ma resta da capire se passerà la linea del presidente del Consiglio Europeo (uscente), Donald Tusk, che spinge per un supplemento di almeno tre mesi, o quella della Francia, che preferirebbe far pressione su Westminster con una dilazione breve e condizionata.

Il capo negoziatore Michel Barnier sollecita dal canto suo un minimo di trasparenza da Londra. Al Regno Unito "spetta un chiarimento sui suoi prossimi passo, all'Ue spetta decidere sulla proroga" e suoi suoi termini, avverte.

Il problema è che Johnson, almeno ufficialmente, resta alla finestra. La sua linea è che il rinvio l'ha invocato "il Parlamento", approvando contro la sua volontà e la sua linea politica il cosiddetto Benn Act, la legge anti-no deal promossa dalle opposizioni. E che quindi lui, dopo essersi limitato a trasmettere la richiesta (senza firmarla) a Bruxelles, non ha altro da fare che attendere il responso.

Se l'estensione fosse breve, la legge di ratifica del suo accordo - messa ieri in naftalina dopo il voto contrario dell'aula alla procedura accelerata - potrebbe riprendere il percorso, come Boris ha lasciato intendere al veterano Tory dissidente Ken Clarke che lo invitava ad accettare la rinuncia alla scadenza tassativa della "Halloween Brexit": visto che in quel caso i deputati sarebbero obbligati comunque a fare in fretta, con poco spazio di manovra a emendamenti-trappola. Se invece fosse lunga, l'unico obiettivo diventerebbe quello dello scioglimento della Camera e del voto.

La campagna elettorale - aperta, ma con Johnson, favorito sondaggi alla mano - sembra d'altronde, sembra già scattata. Sia da parte del premier conservatore, sia dei leader delle forze di opposizione, ormai inclini (o rassegnati) ad accettare la sfida delle urne come inevitabile nel giro di un paio di mesi o poco più: primo fra tutti il laburista Jeremy Corbyn. I due si sono incontrati oggi faccia a faccia, ma solo per suggellare un nulla di fatto su qualunque compromesso sul calendario parlamentare.

Poi nel botta e risposta pubblico del Question Time si è scatenato lo scontro con toni da comizio. Corbyn ha definito "terribile" il 'Boris deal', evocando il tradimento dell'Irlanda del Nord e un futuro di "deregulation" alla Trump su lavoro, ambiente e sanità in tutto il Paese. BoJo ha replicato accusando il 'compagno Jeremy' d'aver "sostenuto l'Ira" e di essere "visceralmente anti-americano", ma soprattutto di essersi rimangiato la promessa di rispettare il risultato del voto popolare del 2016 e pronto, dopo le elezioni, a una coalizione allargata agli indipendentisti scozzesi dell'Snp: cosa che significherebbe non solo "un secondo referendum sulla Brexit", ma anche il bis sulla secessione della Scozia dal Regno.

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