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SIRIA
17.09.2016 - 20:110
Aggiornamento : 21:09

La tregua vacilla, Damasco: «Gli USA ci bombardano»

L'esercito denuncia il bombardamento di una base governativa, mentre monta la polemica tra Obama e Putin

DAMASCO - Dopo solo cinque giorni, anche la nuova tregua in Siria, sponsorizzata da Usa e Russia, appare ormai sul punto di fallire, con le violenze in continuo aumento e i promessi aiuti umanitari alla popolazione che ancora non si vedono.

L'ultimo duro colpo è arrivato questa sera, quando l'esercito di Damasco ha accusato la Coalizione a guida americana di avere bombardato una base governativa nell'est del Paese, permettendo così ai miliziani dell'Isis di avanzare.

Secondo la Russia, che cita notizie ricevute da Damasco, l'attacco ha provocato 62 morti tra i militari siriani e ne ha feriti altri cento.

Gli attivisti dell'opposizione denunciano intanto le uccisioni dei primi 13 civili dall'entrata in vigore del cessate il fuoco, lunedì scorso, e assumono toni sempre più polemici le dichiarazioni incrociate tra Washington e Mosca.

Al termine della giornata più tesa dall'inizio della tregua, le forze armate siriane hanno affermato che aerei della coalizione hanno colpito una base nei pressi di Dayr az Zor, dove le truppe lealiste resistono da mesi all'assedio dello Stato islamico. "Si tratta di un attacco grave e palese alla Siria e al suo esercito", si aggiunge nella nota e "la prova certa del sostegno degli Stati Uniti a Daesh e ad altri gruppi terroristici".

Da Washington ancora nessun commento. Ma se la notizia venisse confermata sarebbe la prima volta che lo schieramento a guida statunitense colpisce le forze di Damasco dall'inizio del conflitto civile.

Il presidente Vladimir Putin ha accusato intanto gli Usa di non avere ancora collaborato per individuare e separare i miliziani qaedisti del Fronte Fatah ash Sham (ex Al Nusra) dagli altri gruppi dell'opposizione per poterli bombardare. Il risultato, ha aggiunto, è che "vediamo le forze terroristiche che stanno cercando di riorganizzarsi".

Una risposta, quella del Capo del Cremlino, al duro messaggio inviato nella tarda serata di ieri dal presidente americano Barack Obama, secondo il quale gli Usa "non faranno altri passi negli accordi con Mosca finché non vedranno sette giorni continui di violenza ridotta e di duraturo accesso umanitario".

Per adesso, invece, le popolazioni allo stremo non hanno visto nemmeno l'ombra degli attesi convogli umanitari. Mentre le violenze aumentano gradualmente in molte regioni del Paese, compresa Aleppo e i sobborghi intorno a Damasco. La Russia ha accusato i gruppi armati dell'opposizione di avere violato la tregua almeno 55 volte nelle ultime 24 ore. Sul fronte degli attivisti dell'opposizione, invece, l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) parla di almeno 13 civili uccisi, tra i quali cinque bambini, in bombardamenti governativi, anche con l'aviazione, nelle province di Aleppo, Idlib e Homs.

Secondo l'Ondus la Turchia ha intanto inviato nuove truppe nel nord della Siria per appoggiare i gruppi ribelli suoi alleati nell'operazione 'Scudo dell'Eufrate'. Un'offensiva diretta non solo contro l'Isis ma anche contro le milizie curde dell'Ypg.

A fare chiarezza in questa confusa situazione non aiuta certo il mistero che ancora circonda l'accordo siglato tra Russia e Usa la settimana scorsa. Putin è tornato oggi a chiedere a Washington di acconsentire alla sua pubblicazione. Se ciò non è stato ancora fatto, ha detto il capo del Cremlino, si deve alle resistenze degli Usa che vogliono "mantenere il potenziale offensivo" nei confronti delle forze governative fedeli ad Assad. Nel frattempo due razzi provenienti dalla Siria e diretti verso la parte delle Alture del Golan occupate da Israele sono stati intercettati oggi pomeriggio dal sistema di difesa israeliano Iron Dome. L'ultimo di una serie di episodi che in due settimane hanno visto almeno sei razzi fuori controllo arrivare dalla Siria sul versante israeliano e l'aviazione dello Stato ebraico reagire con raid in cui sono state colpite postazioni di artiglieria governative siriane.

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