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SVIZZERA / CINA
11.02.2020 - 14:140

Anche le società svizzere riprendono l'attività in Cina

Tuttavia gli affari stanno riprendendo ad un ritmo ridotto per la maggior parte delle aziende

ZURIGO - Il coronavirus ha colpito duramente il tessuto industriale cinese. Anche molte aziende svizzere che operano nel paese sono state investite dalla crisi, con fabbriche che nelle ultime settimane hanno chiuso provvisoriamente i battenti o rallentato l'attività. Dai ieri si registra tuttavia una ripresa.

È ancora difficile stimare l'entità delle difficoltà incontrate dall'economia. La società di consulenza Kearney evoca «turbolenze mondiali nella catena di fornitura» dovute al virus, poiché i voli di passeggeri e merci sono stati paralizzati e le fabbriche sono state chiuse. Anche le esportazioni europee verso la Cina sono in difficoltà.

Allo stesso tempo, una recente stima di Kearney dimostra che la catena di fornitura non è ancora completamente interrotta. Ma il rischio è grande se le fabbriche dovessero rimanere chiuse troppo a lungo.

Per il momento, questo scenario non sembra profilarsi. Prova ne è il fatto che diverse aziende svizzere attive in Cina ieri hanno ripreso la produzione, almeno in parte. Ad esempio, ABB ha riavviato le operazioni «nella maggior parte delle fabbriche il 10 febbraio», ha detto un portavoce all'agenzia di stampa finanziaria AWP. Tuttavia, non è possibile dire quando si raggiungeranno di nuovo i normali livelli di produzione. Nelle ultime settimane, tutti gli stabilimenti del gruppo in Cina sono stati chiusi.

Per la più grande azienda industriale, la Cina è il secondo mercato più importante dopo gli Stati Uniti. Il presidente del consiglio di amministrazione e direttore generale (CEO) Peter Voser indica che i dipendenti in Cina sono circa 20'000. Nella regione di Wuhan, dove è iniziata l'epidemia, ABB ha però solo un centinaio di collaboratori.

Georg Fischer, con sede a Sciaffusa, è ben radicata anche in Cina con proprie fabbriche ad esempio per tubi in plastica e macchine utensili. «In seguito alle misure adottate dal governo cinese per combattere la pandemia, gli affari stanno riprendendo a un ritmo ridotto», ha detto un portavoce ad AWP. L'azienda sarà in grado di ritrovare la normale produzione in una o due settimane, a condizione che la catena d'approvvigionamento funzioni.

Il fornitore automobilistico Autoneum impiega circa 1800 persone nei suoi sette stabilimenti cinesi. La produzione dipende dalle restrizioni del governo locale. A seconda della località, la ripresa delle operazioni avviene tra il 10 e il 24 febbraio.

Per Dätwyler, un'azienda urana che fornisce componenti tecnici ed elettronici all'industria automobilistica, la produzione è ripresa ieri, dopo il via libera da parte delle autorità cinesi, a Ningguo e Wuxi. Finora, solo la metà dell'organico è tornata al lavoro. Il CEO Dirk Lambrecht non è troppo preoccupato riguardo alla Cina, come ha indicato la scorsa settimana. La difficoltà risiede piuttosto nella capacità di anticipare il comportamento dei clienti in materia di ordinazioni dopo la fine dell'interruzione della produzione.

Da parte sua, Sulzer ha «soddisfatto i requisiti amministrativi per riprendere la produzione in Cina» ieri, secondo un portavoce. Dal canto suo Rieter, attivo nel settore tessile, ha richiesto la riapertura del suo sito di Changzhou ed è in attesa del via libera delle autorità locali nei prossimi giorni.

Anche le principali case automobilistiche, clienti di molte aziende svizzere, riprendono le attività. General Motors ha annunciato il riavvio della produzione, che tornerà ai livelli normali tra due settimane. Hyundai e la sua controllata Kia prevedono la piena produzione da oggi.

Volkswagen ha posticipato di una settimana la ripresa delle attività nella maggior parte degli stabilimenti gestiti con SAIC. In quelli gestiti invece con il partner FAW il lavoro è ricominciato ieri. Toyota ha prolungato fino a domenica la chiusura della produzione della sua dozzina di stabilimenti.

La catena di fornitura dell'industria automobilistica non è la sola ad aver risentito degli effetti del coronavirus. La Cina è infatti anche uno dei principali produttori di composti chimici necessari all'industria farmaceutica. Ma Roche e Novartis non sono preoccupati.

In una presa di posizione, il primo indica che fa fabbricare nel paese una sostanza attiva (API, active pharmaceutical ingredient) per il mercato mondiale: tuttavia, le scorte sono solide e un altro produttore potrebbe intervenire se necessario. Dal canto suo Novartis, grazie tra l'altro alle riserve, si trova in una «posizione molto confortevole», si legge in una presa di posizione.
 
 

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