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07.01.2017 - 14:300
Aggiornamento : 30.08.2018 - 09:04

«L'ombra di Trump sul salone di Detroit»

È il titolo di un'analisi del FT sul salone dell'auto di Detroit che aprirà lunedì. Quale sarà la risposta dell'industria automobilistica alle minacce di Trump di dazi per chi produce all'estero?

WASHINGTON - L'ombra di Donald Trump sul Salone dell'Auto di Detroit, che si lascia alle spalle l'Era dei salvataggi di Barack Obama e si avvia verso l''incertezza' della nuova amministrazione, fra tweet di 'condanna' contro le case automobilistiche e la possibile nuova ondata di protezionismo.

Timori che si aggiungono alla spinta tecnologica, che ha già costretto Detroit a rivedere il suo modello di business e allearsi, non sempre volentieri, con la Silicon Valley, per le auto senza guidatore ma anche per offrire vetture 'hi tech' in grado di rispondere alle nuove esigenze dei consumatori.

''Sarà un Salone spettacolare'' dice il sindaco di Detroit, Mike Duggan, celebrando la rinascita dell'industria automobilistica e della sua città. ''Siamo in una posizione migliore rispetto a dieci anni fa'' spiega Duggan, preparandosi ad accogliere il vice presidente americano, Joe Biden, che visiterà gli stand lunedì, prima di volare all'addio di Obama a Chicago. L'amministrazione in carica ha fatto molto per l'industria automobilistica, salvandola dal baratro anche con misure eccezionali, quali la bancarotta di General Motors. Ora però Detroit e le 'Tre Sorelle' hanno voltato pagina e, complice la ripresa economica americana, crescono a gonfie vele. Ne è un esempio Fca con la Jeep che vola nelle vendite. Dall'amministratore delegato Sergio Marchionne sono attesi, al Salone, aggiornamenti sugli obiettivi del 2018.

Ma sul settore aleggia l'ombra di Trump e delle sue minacce protezionistiche. Gli attacchi su Twitter a Ford, General Motors e Toyota hanno messo in allerta l'intero settore, creando preoccupazione e lasciando le case automobilistiche a interrogarsi su come rispondere al meglio alle accuse del presidente eletto. Le strade finora intraprese sono state diverse: alle critiche per l'impianto in Messico, Ford ha risposto rivedendo i suoi piani e accantonando il progetto. E spingendosi oltre: con Trump ''ci sarà un contesto più favorevole ai produttori statunitensi''. Gm è rimasta in silenzio. Mentre Toyota ha risposto pubblicamente a Trump e alla sua minaccia di dazi. ''Lo stabilimento in Messico non cambierà i livelli di produzione e di occupazione negli Stati Uniti''. L'intero Giappone si è schierato con Toyota, facendo muro contro il presidente eletto, e mostrando preoccupazione per la sua politica commerciale. ''Facciamo attenzione'' a quello che succede, ''siamo tutti sulla stessa barca'' dice l'amministratore delegato di Renault-Nissan, Carlos Ghosn. Timori sono espressi anche dalla Cina: se verranno imposti dazi alle importazioni negli Stati Uniti, ci saranno ritorsioni.

In attesa di una schiarita nelle nuove politiche, l'industria automobilistica resta quindi alla finestra, muovendosi con cautela. A preoccupare sono i possibili dazi che si profilano, ma anche la revisione del Nafta, l'accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Messico e Canada. Il 'bersaglio preferito' delle accuse di Trump è il Messico, la cui industria automobilistica è cresciuta a dismisura negli ultimi due decenni grazie al Nafta, che il presidente eletto vuole rinegoziare per far rimpatriare posti di lavoro nell'industria manifatturiera. L'82% dei 2,7 milioni di auto esportate dal Messico nel 2015 sono state destinate agli Stati Uniti. La rinegoziazione dell'accordo è vista con scetticismo e, secondo alcuni analisti, potrebbe avere un impatto negativo sul settore della manifattura americana. Dal Messico infatti non arrivano solo auto, ma anche i componenti essenziali per assemblarle negli Stati Uniti. L'imposizione di dazi e la revisione dell'accordo del Nafta, quindi, si ripercuoterebbe sul settore, mettendo a rischio, avvertono, posti di lavoro.

ats ansa

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