MC/DM
Amy ed Eleanor, intevistate in M Street a Washington D.C.
STATI UNITI
11.01.2021 - 06:300
Aggiornamento : 08:53

«Trump ci ha costretti a vergognarci»

La capitale Usa ancora sotto shock, blindata fino al 21 gennaio. La voce dei suoi abitanti fra condanna e preoccupazione

di Redazione
Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

WASHINGTON D.C. - Le immagini della barbara irruzione nel luogo più sacro delle istituzioni americane restano impresse come un marchio nel cuore e negli occhi dei washingtoniani.

La capitale degli Stati Uniti fa i conti con le conseguenze dei gravissimi fatti del sei gennaio, quando il Campidoglio è stato preso d’assalto da una frangia di facinorosi supporter del presidente Donald Trump.

Centinaia, quasi tutti arrivati nel Distretto di Columbia da altri stati. Tra i cittadini di Washington lo shock è totale. Per ordine della sindaca Muriel Bowser, la città è in stato di emergenza e ci resterà fino al 21 gennaio, ovvero il giorno dopo l’insediamento ufficiale del democratico Joe Biden.

Al momento i militari hanno eretto una recinzione alta due metri e mezzo lungo il perimetro del Campidoglio. Siamo andate a tastare il polso della città nella centralissima M Street, una delle arterie più vivaci della capitale.

«Trump ci ha portati a vergognarci» - «Non avrei mai immaginato di assistere a qualcosa del genere. Vivo a Washington da trent’anni», ci dice Amy, che incontriamo mentre passeggia, «sapete cosa mi fa più rabbia? L’imbarazzo che proviamo tutti noi. La presidenza Trump ci ha costretti a provare vergogna”. La signora non nasconde il suo sconcerto e usa parole forti.

«La verità è che se quel che è accaduto al Congresso fosse successo in un’altra nazione, forse saremmo andati lì a irrobustire e supportare la democrazia». E invece è accaduto qui: «La mia unica consolazione è che presto avremo una persona adulta e responsabile alla Casa Bianca».

«Modi eccessivi, ma c'è la libertà d'espressione» - Di tutt’altro avviso sono Nancy e Russell, che incrociamo poco oltre. La coppia arriva da Alexandria, nella vicina Virginia. Li fermiamo mentre escono dal cortile di un ristorante locale.

«I toni e i modi sono stati eccessivi e li condanniamo. Ma la forza di questa nazione è tutta insita nel primo emendamento della sua Costituzione che sancisce tra le altre cose il diritto alla libertà di espressione. I manifestanti lo stavano esercitando».

Qualcuno ha esagerato, ammettono: «Ma la metà di questa nazione ha votato per Donald Trump e tra essi tanti sono convinti che le elezioni siano state irregolari. Si sentono insomma defraudati del loro voto».

«Mi accorgo che qualcosa è cambiato» - A parlarci invece dei suoi timori è la giovane Eleanor. È in centro per fare compere, ma vive a Columbia Heights, un quartiere nel quadrante nord occidentale.

«Non mi sento più sicura, avverto che qualcosa è cambiato», ci racconta, «credo che il limite sia stato superato e che ora la gente abbia spostato un po’ più in là l’asticella dei comportamenti giudicati legittimi, in nome di un ideale politico».

Ma anche i suoi genitori sono preoccupati: «Mia madre mi ha chiamato già due volte da quando sono uscita. Non lo avrebbe mai fatto in tempi normali». Ma di normale, in questo contesto storico senza precedenti, non c’è davvero nulla.

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