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LUGANO
24.11.2020 - 07:000

Il peso delle parole quando si parla di violenza sulle donne

Quanto sono sensibili i mass media nell'utilizzare i termini appropriati senza finire per ferire le vittime?

Intervista a Graziella Priulla, sociologa, esperta di gender e media.

di Redazione
Irene Panighetti

LUGANO - Le parole hanno un peso. Soprattutto per chi scrive. Ancora di più quando i giornalisti devono riferire episodi di violenza sulle donne.  In occasione del 25 novembre, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’associazione GiULiA (Giornaliste Libere Unite Autonome) propone “Stop violenza: le parole per dirlo”, un manuale che contiene anche la puntuale analisi dei quotidiani italiani, curata da Graziella Priulla, sociologa, esperta di gender e media.

Dottoressa Priulla, come mai un nuovo manuale dopo “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’Italiano” del 2014?
«L’esigenza è quella di cominciare non soltanto a praticare, ma anche a riflettere sul modo in cui si usano le parole, sul modo in cui si fa informazione. Si tratta di un problema enorme che dobbiamo affrontare in modo radicale. Siamo di fronte a una strage: solo in Italia, paese in cui vivo, viene uccisa una donna ogni tre giorni. La violenza domestica riguarda milioni di donne però si continua a trattarla come se questo non fosse un fatto di sistema bensì tanti casi isolati ognuno dei quali ha una sua dinamica, una sua modalità di relazione. Questo è probabilmente dovuto al fatto che non sono quasi mai estranei a uccidere le donne, bensì sono gli uomini hanno con loro un rapporto di intimità».

Una strage non solo per i numeri quindi?
«Tutti questi episodi sono accomunati da una stessa matrice: c’è un uomo che ritiene una donna una sua proprietà. Anziché dire che è un problema di rapporti e di sistema, di gerarchie e di potere, i media (non tutti ma la maggior parte), spesso anche in modo inconsapevole, anche per un automatismo, lo attribuiscono a cause individuali».

Qualche esempio?
«I media pullulano di frasi come “era depresso”, “era geloso”, “era disoccupato”, addirittura “l’amava troppo”. I media sfuggono dal vedere questa dinamica come un problema di relazione tra i generi, lo considerano come un problema dell’individuo.

Questo accade per il femminicidio, termine sul quale ci sono ancora incredibilmente delle resistenze, ma anche per altri tipi di violenza, come lo stupro: si mette l’accento sul comportamento della vittima e mai su quello del carnefice.

“Depresso e scoraggiato per la perdita del lavoro uccide moglie e figli” dove la dinamica diventa rovesciata: si vanno a cercare le ragioni per assolverlo e non quelle per additare un comportamento violento. Del carnefice si cercano sempre le qualità buone: “un uomo mite”, un “gran lavoratore”, “era così gentile, salutava sempre”… pensate se per un mafioso che fa una strage dicessero: “poverino era scioccato da un’infanzia infelice”: nessuno se lo sogna per altre stragi, per questa invece sì».

Un episodio che l’ha colpita in particolare?
«Uno recente: a Carignano, nel torinese, un uomo ammazza la donna con cui viveva perché lei lo vuole lasciare e uccide pure i figli, che sono considerati quasi un appendice della donna. Il Comune dichiara il lutto cittadino e scrive nel manifesto: “Il Comune è attonito di fronte alla tragica sorte di una famiglia”. Tragica sorte di una famiglia? Mette insieme le vittime e il carnefice: se ci fosse un incidente stradale avrebbe potuto scrivere la medesima cosa. Altri esempi: “Lite per le valigie, uccide la moglie”, come se fosse la lite a determinare il fatto, quindi come a dire che basta non determinare la lite e nessuno ti ammazza». 

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