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Alcuni pazienti dimessi dagli ospedali perché guariti sono risultati nuovamente positivi.
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30.04.2020 - 17:500

Sono stati dimessi perché guariti dal Covid-19, poi la doccia fredda: sono di nuovo positivi

I problemi cardiovascolari abbassano di parecchio le possibilità di superare il contagio

MILANO - Anche in Lombardia in questi giorni si stanno registrando casi di pazienti guariti dal Coronavirus e dimessi dagli ospedali e che a distanza di qualche settimana sono ritornati a essere positivi. Pazienti ai quali o si è ripresentata la polmonite da Covid e quindi sono stati di nuovo ricoverati oppure si sono riammalati in forma lieve, da richiedere solo l'assistenza a casa con il sistema di telesorveglianza.

Da quanto si è saputo da fonti sanitarie, i casi di persone che sono ritornate di nuovo positive - al momento se ne conoscono 9 - si sono registrati nelle Associazioni sociosanitarie territoriali di Lodi e Cremona, le due province tra le prime a dover far fronte all'emergenza Coronavirus e tra le più colpite.

I dati lombardi - Continuano a migliorare i dati del contagio in Lombardia. I nuovi positivi nelle ultime 24 ore sono 598, a fronte di oltre 11mila tamponi effettuati. Cala il numero dei ricoverati nei reparti ordinari (-286) e in terapia intensiva (-29). Continua ad aumentare il numero dei decessi, di 93 unità, che porta il dato regionale a 13'772.

Mortalità più che doppia con problemi di cuore - I problemi cardiovascolari aggravano la sindrome Covid-19 e aumentano il rischio di morte del paziente: in Italia, per i pazienti con problemi cardiovascolari ricoverati a causa del coronavirus, la mortalità è più che doppia rispetto a quella dei pazienti senza problemi di cuore (36% contro 15% rispettivamente).

È quanto riferito all'agenzia di stampa italiana ANSA da Marco Metra, autore di uno studio pubblicato sull'European Heart Journal, che descrive per la prima volta le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici. Gli esperti hanno anche rivelato un possibile semplice marcatore molecolare della letalità dell'infezione: il dosaggio delle troponine (un esame del sangue di routine per la diagnosi d'infarto). «Abbiamo visto - spiega Metra - che i pazienti in cui questo esame dà esito negativo (troponine basse nel sangue) hanno una prognosi ben più favorevole», cioè guariscono, «per cui proponiamo l'esame delle troponine come test iniziale per predire la prognosi della sindrome covid di ogni paziente».

«Abbiamo anche visto che, oltre a sepsi e insufficienza respiratoria, la complicanza più comune per i cardiopatici è caratterizzata dai fenomeni tromboembolici - spiega: questi dipendono dallo stato infiammatorio causato dall'infezione che va a interessare la parete dei vasi sanguigni (endotelio) e porta ai fenomeni embolici» (formazione di trombi che ostruiscono la circolazione).

«La mia idea - sottolinea Metra - è che il cardiopatico abbia già di per sé uno stato infiammatorio di base che lo predispone all'infezione e lo predispone a contrarla in forma più grave». Peraltro fenomeni infiammatori legati al SARS-CoV-2 potrebbero favorire anche l'instabilizzazione della placca di arteriosclerosi (sulle arterie che ossigenano il cuore, le coronarie) e quindi favorire l'infarto in persone a rischio; servirebbero studi epidemiologici su vasta scala, sottolinea Metra, per capire l'entità del fenomeno.

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