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LIBANO
18.10.2019 - 20:240

I libanesi protestano contro corruzione e carovita

Il fattore scatenante è stato la notizia di una tassa che avrebbe toccato l'utilizzo di Whatsapp

BEIRUT - In maniera compatta il Libano è oggi sceso in piazza in tutte le città e le regioni del paese per dire "basta!" all'intero sistema politico-confessionale. È una mobilitazione "trasversale", che sembra andare oltre le tradizionali divisioni confessionali e le trincee ideologiche, e che esprime una profonda carenza dei servizi essenziali e delle infrastrutture di base.

La prima scintilla si era avuta ieri sera, quando la notizia di una nuova tassa - questa volta sull'uso di Whatsapp - aveva scatenato la rabbia di migliaia di persone, provenienti per la maggior parte dalle zone più depresse della città e del paese. A gran voce, da ieri notte, i manifestanti scandiscono lo slogan delle proteste arabe del 2010 e 2011: «Il popolo / vuole / la caduta del regime!».

Il premier Saad Hariri è apparso in tv per annunciare che ha bisogno di tre giorni di tempo per capire cosa fare con i suoi colleghi, i ministri di un governo di "unità nazionale". Nell'esecutivo ci sono quasi tutte le sigle politiche, inclusa quella del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah, solitamente mai preso di mira dalle proteste per il carovita.

Ma questa volta, a Beirut e nelle altre regioni, anche i deputati del Partito di Dio sono caduti nel mirino dei manifestanti. «Si devono dimettere tutti! E quando diciamo tutti intendiamo tutti!», hanno detto diversi attivisti nel sud del paese. «Non ce ne andremo fino a quando i ladri al potere non lasceranno le poltrone!», è il ritornello ripetuto in tutte le piazze, da Tripoli a Sidone, dalla Bekaa al Monte Libano, dalla costa a Jezzine.

Già nelle settimane scorse c'erano state proteste a Beirut. Ma allora solo un migliaio di persone si erano radunate nella capitale. La città è invece invasa da 24 ore da sit-in e cortei. Ed è paralizzata da decine di interruzioni di strade, con cassonetti e copertoni di auto dati alle fiamme. Il cielo all'orizzonte di Beirut è interrotto da diverse colonne di denso fumo nero che si levano senza posa dai luoghi degli incendi.

Uno scenario che ricorda i disordini verificatisi a Beirut nel 2004 e nel 2005, ma anche nel 2008 e ancora nel 2010, fino alle proteste per la crisi dei rifiuti del 2015.

Sara Fregonese, docente di geografia politica all'università di Birmingham afferma all'ANSA che «le proteste in corso non possono essere lette con le tradizionali lenti delle divisioni geopolitiche regionali (per esempio: 'Iran contro Arabia Saudita') né con il metro dello scontro tra comunità religiose ('Sunniti contro sciiti', 'musulmani contro cristiani')».

Fregonese, autrice di un libro apparso di recente e dedicato allo studio dei disordini urbani in Libano, sottolinea che «rispetto al passato, le proteste in corso - e la loro degenerazione in violenza - si stanno spostando da un asse confessionale a uno più popolare e trans-confessionale. Si protesta per la carenza dei servizi essenziali e delle infrastrutture di base».

«Si tratta di una popolazione che protesta contro uno Stato-establishment corrotto, contro la quale quest'ultimo recentemente risponde in maniera violenta, con metodi antisommossa e spesso usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua: tutti metodi 'non letali' ma estremamente tossici e pericolosi di contenimento del disordine civile».

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