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18.09.2019 - 06:010

«Sì, anche i migranti usano WhatsApp e le emoji»

Parola di Florent Maurin che ha creato un videogioco (serio e pluripremiato) basato sulle loro chat: «Per loro, come per noi, lo smartphone è fondamentale»

FERRARA - Nour ha lasciato la Siria per cercare un futuro migliore in Europa, a casa – fra le macerie e le bombe – resta suo marito Majd che deve occuparsi degli anziani genitori. Il viaggio di lei gli arriva solo attraverso i messaggini che gli manda sul telefonino. Foto, speranze, paure di una realtà che, da un momento all’altro, può degenerare in disperazione. 

Non è un film, non è un romanzo e nemmeno un documentario ma un videogioco (serio) che si chiama “Se mi ami non morire” (“Bury me, my love”) uscito su cellulare nel 2017 e che ha ricevuto una marea di premi. Come funziona? Come una (finta) chat di WhatsApp: noi siamo Majd e riceviamo i messaggini di Nour, con lei interagiamo e la aiutiamo e consigliamo.

«Volevamo riprodurre in maniera fedele il modo in cui i migranti utilizzano gli smartphone» –  ci racconta il creatore, il giornalista francese Florent Maurin ospite lo scorso fine settimana agli IviPro Days di Ferrara, «dobbiamo renderci conto che per loro non è un bene di lusso ma un oggetto normale, come lo è per noi, e fondamentale per interagire con le famiglie nel paese d’origine». 

Vedere cellulari fra le mani dei migranti per molti però genera sdegno: «Certo, perché li sentiamo lontani da noi, diversi da noi, ma non è così. Per forza hanno un telefonino, scrivono a quelli a cui vogliono bene. Sì anche loro usano le emoji, e pure parlano di cose fortissime e questioni di vita o di morte».

Tutto parte da un articolo di Le Monde: «Una giornalista della testata ha raccolto i messaggini scritti da una migrante, Dana, e ne ha fatto un pezzo. Ho capito subito che sarebbe potuto uscirne qualcosa di forte. Le ho contattate e hanno accettato. La più entusiasta è stata Dana: “È una storia così incredibile che sarebbe un videogame perfetto”, mi ha detto».

Un videogioco, sì, ma molto particolare: «In “Se mi ami, non morire” non siamo supereroi. È tutto il contrario, quella che domina è la sensazione di impotenza. È una scelta, questa che abbiamo fatto, che non è piaciuta a tanti che l’hanno ritenuta un’ingiustizia. Ma nella vita dei migranti, di giustizia purtroppo non ce n’è».

Una storia che ha più di un finale

“Se mi ami, non morire“ ha 19 finali differenti che esploreranno rotte anche molto diverse dalla Siria fino in Europa. «Alcuni sono buoni, altri tragici, la maggioranza stanno nel mezzo», continua Maurin, «per noi però quello che conta non è il finale in sé ma il viaggio e quello che si prova mentre lo si fa. Rigiocarlo più di una volta per vederli tutti? È anche una possibilità ma il mio consiglio è questo: non fatelo, dev’essere un’esperienza unica. Se vi affascina il tema, piuttosto, documentatevi leggendo».

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