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Aids: quarantʼanni di lotta contro il virus mortale

Quando, quarantʼanni fa, si diffuse lʼepidemia di Aids la gente scosse la testa fingendo di non capire. Ci si sentiva al sicuro perché la ʻnuova malattiaʼ colpiva i tossicodipendenti e gli omosessuali e, per lungo tempo, si pensò di essere in salvo per il solo fatto di non appartenere a nessuna di queste categorie. Quando ad ammalarsi furono invece persone eterosessuali o soggette a trasfusioni il velo dellʼindifferenza si squarciò e il luccicante mondo degli anni ʼ80 fu chiamato ad affrontare, dopo secoli, la lotta ad una nuova epidemia mondiale. Fino ad allora il genere umano si era confrontato con epidemie di tipo ʻstrutturaleʼ, legate alla carenza o inefficienza nella gestione di aspetti legati alla salute pubblica, quale lʼacqua o gli insetti, mentre con lʼAids si fece strada una epidemia di tipo ʻcomportamentaleʼ cioè legata ad erronei comportamenti umani. 


"Solo provocando le cose vanno avanti", Oliviero Toscani. Sono passati quasi 27 anni da questa fotografia che sconvolse il mondo: una moderna "Pietà" del dolore familiare di fronte a un malato terminale di AIDS

Definizioni - Nellʼagosto del 1982, nel corso di un congresso promosso dalla Food and Drug Administration venne proposto per la prima volta il termine Aids o ʻAcquired Deficiency Syndromeʼ (sindrome da immunodeficienza acquisita) per definire la nuova malattia. Con questo termine si fece chiarezza sul fatto che lʼAids è una sindrome, e cioè non si presenta come unʼunica malattia ma sotto forma di diverse manifestazioni patologiche, mentre si parla di immunodeficienza quando le difese immunitarie del corpo umano sono insufficienti a proteggere lʼindividuo dallʼattacco di infezioni. Come ormai sappiamo lʼAids è la malattia causata dal virus dellʼHiv e cioè ʻHuman Immunodeficiency Virusʼ (virus da immunodeficienza umana), che dà origine a infezioni croniche che il sistema immunitario  non è in grado di respingere.

Le origini del virus

Anche se la sindrome è riportata per la prima volta nella letteratura medica agli inizi degli anni ʼ80, il primo caso di sieropositività si fa risalire al 1959 quando venne prelevato da un uomo di Leopoldville, oggi Kinshasa, un campione di sangue che, analizzato trentʼanni dopo alla luce delle recenti scoperte scientifiche legate alla malattia, dimostrò di contenere gli anticorpi dellʼHiv.

Il ruolo degli scimpanzè - Eʼ ormai acclarato che il virus umano dellʼHiv deriva da mutazioni di vari ceppi del Siv: dal Sivcpz dello scimpanzé deriverebbe il ceppo Hiv1, responsabile dellʼattuale pandemia, mentre dal Sivsmm, che colpisce le scimmie Sooty Mangabey, deriverebbe il ceppo Hiv2, dotato di patogenicità e contagiosità più limitata e rimasto, per lungo tempo confinato nelle proprie aree endemiche per poi trasferirsi nei paesi occidentali. Gli studi più moderni indicano come possibile zona dʼorigine del virus il Camerun, dove la trasmissione uomo-scimmia dovette  avvenire tramite il contatto tra liquidi dovuto, probabilmente, ad un morso o alla partecipazione di battute di caccia o alle pratiche di macellazione  della carne di scimmia che veniva comunemente usata come pietanza.

La prima infezione - Diversi laboratori di microbiologia hanno effettuato confronti filogenetici e datazioni della sequenza progenitrice del gruppo principale dellʼHiv1 concludendo, in maniera univoca, che lʼintroduzione di tale virus nellʼuomo è avvenuta nella prima metà del XX secolo, tra il 1915 e il 1941: la prima infezione potrebbe essere avvenuta nel 1920 circa nel tratto camerunense del fiume Sangha dove sarebbe stato infettato un uomo impegnato in una battuta di caccia. Il virus, già conosciuto in Africa come il ʻmale  sottileʼ dato che portava i malati alla morte in seguito ad una progressiva consunzione del fisico, si sarebbe prima diffuso nelle aree urbane dellʼAfrica, come Kinshasa, per poi travalicare lʼoceano tra gli anniʼ 50 e gli anni ʼ60, dove, favorito dal clima di rivoluzione sessuale tipica di quegli anni, si diffuse negli Stati Uniti, ad Haiti ed in Brasile. Si pensa che fu proprio lʼisola caraibica, meta del turismo gay statunitense, a fungere da ponte tra Africa e America, contribuendo al diffondersi del virus anche in occidente. La facilità degli spostamenti delle persone e le sempre più frequenti occasioni di viaggio favorirono il diffondersi della malattia a livello mondiale: nel 1982 si registrarono i primi casi in Italia, Canada, Inghilterra e Francia mentre negli Stati Uniti, nel 1983, i casi salirono a 1.614 con 619 decessi.

Il cancro dei gay - Lʼalta prevalenza di omosessuali maschi tra le vittime della malattia focalizzò lʼattenzione sulla sola popolazione gay come potenziali bersagli del virus, come se la malattia stessa fosse legata allʼorientamento sessuale delle vittime di infezione. Tale messaggio venne recepito dallʼopinione pubblica tanto che il New York Times intitolò un articolo sullʼargomento “Raro cancro osservato in 41 omosessuali”, mentre altre testate giornalistiche come The Lancet parlò di ʻgay compromise sindromeʼ o ʻimmunodeficienza gay correlataʼ, e per un certo periodo lʼinfezione fu chiamata delle ʻ4Hʼ poiché colpiva omosessuali, eterosessuali utilizzatori di droghe per endovena, haitiani ed emofiliaci (in inglese homosexual, heterosexual intravenous drug users, haitian immigrants, hemophiliacs). Il fatto di circoscrivere il fenomeno ad un gruppo ristretto di persone fu di sicuro confortante per la maggior parte delle persone ma il risultato di una opinione pubblica così diffusa fu quello di distogliere lʼattenzione dal pericolo, ben più concreto, di diffusione del virus tramite rapporti eterosessuali non protetti.

Controteorie e disinformazione


Della ʻnuova malattia, quindi, si aveva una idea vaga, pur essendo stati riportati dei casi isolati negli Stati Uniti fin dai primi anni ʼ70: non aveva un nome, non si conosceva il meccanismo di contagio, non si aveva ancora la percezione della sua pericolosità. Di conseguenza, nel tempo, furono tante le teorie che si diffusero sulla probabile origine della malattia ed alcune di esse sopravvivono, purtroppo, persino ai giorni nostri.

La teoria dell'olio adulterato - Una delle prime teorie, come detto, faceva riferimento alla natura del morbo come ad un nuova tipologia di cancro che colpiva solo gli omosessuali, altri fecero riferimento  allʼuso di droghe mentre ci fu anche chi, in ricordo delle centinaia di morti avvenute in Spagna per una sindrome tossica da olio adulterato, fece riferimento alla nuova malattia come ad una intossicazione legata allʼuso di sostanze quali il nitrito di amile (il popper) nelle comunità hippie.

La teoria del vaccino antipolio - Esiste poi una teoria secondo la quale il passaggio di specie del virus tra uomo e scimmia si verificò, tra il 1957 e il 1960, a seguitò della sperimentazione del vaccino antipolio condotta dallo scienziato e scopritore del vaccino Hilary Kaprowski in Congo Belga. Secondo i fautori di questa teoria lo scienziato avrebbe permesso il passaggio del virus Siv/Hiv dal primate allʼuomo coltivando il virus nei tessuti delle reni degli scimpanzé. 

L'orrore Duesberg - I seguaci delle teorie alternative sullʼAids fanno spesso riferimento al lavoro di Peter Duesberg, professore di Biologia cellulare e molecolare presso lʼUniversità di Berkeley. Duesberg, nel 1987, pubblicò un articolo in cui teorizzava, per la prima volta che lʼAids sarebbe causato dal consumo di droghe ricreative e di farmaci antiretrovirali e che in realtà lʼHiv sarebbe innocuo per il genere umano. Per il professore le altre cause dellʼAids sono la povertà e la malnutrizione, giungendo ad affermare che il virus non si trasmette per via sessuale. Nonostante le teorie del professore siano sempre state smentite da studi scientifici puntuali, il suo diffondersi ha comportato effetti devastanti. Basti pensare al caso del Sudafrica, paese in cui lʼex presidente Thebo Mbeki era un seguace delle idee teorizzate da Duesberg: il presidente perseguì, nel corso del suo mandato, una politica di ostruzionismo nei confronti della medicina, arrivando a rifiutare, nel 2000, lʼofferta dellʼazienda farmaceutica Boehringer Ingelheim di donare al Sudafrica la copertura necessaria di Nevirapina, il farmaco in grado di prevenire la trasmissione dellʼHiv dalla madre al feto. Cʼè da riflettere su quale sia stato lʼeffetto, in un paese come il Sudafrica  dove il 19% della popolazione è sieropositiva, delle dichiarazioni dellʼex ministro della salute Manto Tshabalala-Msimang fermamente convinta che i farmaci tradizionali siano tossici e che per non ammalarsi di Aids sia sufficiente una dieta ricca di patate ed aglio. Il primo a mettere poi in dubbio la correlazione tra Hiv e Aids, nel 1984, fu il politico americano Casper Schmidt il quale scrisse un articolo sul Journal of Psychohistory nel quale sosteneva che lʼAids fosse un caso di “isteria epidemica”, in cui gruppi di persone darebbero inconsciamente vita a conflitti sociali.Tuttʼoggi torna, poi, ciclicamente in auge, la teoria secondo cui il ʻcaso Aidsʼ fu montato ad hoc dalla Cia. Pare che questa voce venne messa in circolazione dal Kgb, allʼepoca della Guerra fredda, per screditare a livello mondiale gli Stati Uniti e che da allora, questa falsa diceria, continui a vivere di vita propria.

 


Nonostante lʼesistenza di teorie negazioniste, la medicina ufficiale si è da subito attivata
per ricercare e scoprire, al fine di combattere efficacemente, il fattore patogeno
responsabile della nuova malattia. I primi studi sullʼAids risalgono al 1980, anno in cui
Micheal Gottlieb, un ricercatore dellʼUniversità della California impegnato in una ricerca
clinica sul deficit del sistema immunitario, si imbatte nel caso di un paziente che soffriva di
un raro caso di polmonite dovuta al protozoo Pneumocystis carinii che di solito colpisce,
quasi esclusivamente, i neonati prematuri o i pazienti con il sistema immunitario
fortemente compromesso quali i malati di tumore o i trapiantati. Nei mesi successivi il
ricercatore analizza altri tre pazienti, tutti omosessuali attivi, con un basso livello di linfociti
T. Il 5 giugno 1981 i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta (Cdc)
pubblicano nel proprio bollettino lʼaumento di diagnosi di polmonite da Pneumocystis
carinii e di un raro caso di tumore dei vasi sanguigni noto come sarcoma di Kaposi, in
alcuni giovani omosessuali residenti nelle aree metropolitane di Los Angeles, New York e
San Francisco. Pochi giorni dopo i Cdc costituiscono una vera e propria task force per lo
studio e la ricerca sul sarcoma di Kaposi e sulle altre infezioni correlate a quella che si
iniziò a definire come una epidemia associata alla omosessualità. Alla fine del 1981 si
iniziano a registrare i primi casi di malattia tra gli eterosessuali e tra gli emofiliaci,
persone costrette a frequenti trasfusioni di sangue: la malattia quindi estende la sua
pericolosità a gruppi di persone considerate escluse dal pericolo del contagio. Scoppia
lʼallarme sociale. Nel giugno del 1982 viene registrato un gruppo di casi tra maschi
omosessuali nel sud della California, e inizia a farsi strada, tra i ricercatori, lʼidea che la
malattia possa avere una origine virale, mentre nel mese di agosto dello stesso anno
viene per la prima volta proposto il nome di Aids, sindrome da immunodeficienza
acquisita, per definire la malattia. Nel 1982 Robert Gallo, direttore del laboratorio di
biologia cellulare dei tumori del National Cancer Institute di Bethesda negli Stati Uniti,
accerta lʼorigine virale dellʼepidemia, scoprendo lʼazione di un retrovirus appartenente
ad una particolare famiglia di virus da lui identificata anni prima nellʼambito degli studi sulla
leucemia. Nel maggio del 1983 allʼistituto Pasteur di Parigi, Luc Montagnier, virologo
francese, riesce ad isolare un nuovo virus che potrebbe essere lʼagente responsabile della
trasmissione della malattia. Tale virus, isolato dalle cellule di un paziente omosessuale che
presenta dei linfonodi fortemente ingrossati, ma privo di alcun sintomo dellʼAids, viene
invito ai Cdc di Atlanta dove il virus viene denominato Lav, virus associato a
linfoadenopatia ed inviato, a sua volta, al National Cancer Institute di Bethesda. Il 22
aprile 1984 i Cdc dichiararono pubblicamente che il Lav era stato definitivamente
identificato come la causa dellʼAids dai ricercatori dellʼIstututo Pasteur. Il giorno dopo
Margareth Heckler, segretaria dellʼHealth and Human Services, annuncia che Robert Gallo
ha a sua volta isolato da pazienti malati di Aids il virus responsabile della malattia,
denominato Htlv III, virus umano della leucemia delle cellule T di tipo II., i primi retrovirus
umani mai scoperti dalla medicina. Viene inoltre annunciata la disponibilità, a breve, di un
primo kit per diagnosticare lʼinfezione. Inizia una vera e propria battaglia legale tra i due
prestigiosi istituti di ricerca per vedersi dichiarare la paternità della scoperta che, per la sua
rilevanza scientifica, potrebbe valere il Nobel per la medicina. Nel 1985 vengono
pubblicano numerosi studi riguardanti i due virus appena scoperti, tutti accomunati dalla
conclusione che trattasi dello stesso virus e la lotta per la paternità della scoperta si
concluderà idealmente solo nel 2008 con lʼassegnazione del Nobel per la medicina ai
francesi. Nel 1986 un comitato internazionale stabilisce un nuovo nome per indicare il
virus dellʼAids: lʼHiv ovvero ʻvirus dellʼimmunodeficienza umanaʼ: dalla seconda metà degli
anni ʼ80 si entra nel pieno della ʻterza faseʼ dellʼepidemia, dopo la ʻfase latenteʼ e quella
americana-nordeuropea legata prevalentemente alla comunità omosessuale, con il
diffondersi del contagio per via parentale tra tossicodipendenti, che assume i caratteri
della pandemia mondiale per la rapidità della sua diffusione. Nel 1985 si tiene ad Atlanta la
prima Conferenza internazionale sullʼAids, sponsorizzata dallʼOrganizzazione mondiale
della sanità, alla quale partecipano quasi duemila ricercatori provenienti da trenta nazioni.
La seconda conferenza si svolge invece a Parigi ed ha come tema principale quello della
necessità di una seria campagna di informazione per arginare il contagio: nel mondo infatti
si contavano ormai 50 mila casi di malati di Aids e circa 10 milioni di sieropositivi.
Nonostante le cifre altissime di nuovi contagiati, di Aids si continua a non parlare a
sufficienza. A rompere la cortina di silenzio ed omertà che circonda da sempre vista
questa malattia, vista come uno stigma sociale, oltre alle sempre più incisive campagne di
informazione, contribuirono i casi di persone celebri che decisero di uscire allo scoperto
parlando della propria salute: la prima vittima celebre che ammise pubblicamente di
essere affetta da Aids fu il celebre attore Rock Hudson, morto il 2 ottobre del 1985. Il fatto
che lʼattore fosse un uomo virile, bianco e ricco, anche se nascostamente gay, dimostrò,
per la prima volta, che lʼidea dellʼesistenza di categorie a rischio, quali omosessuali e
tossicodipendenti, fosse del tutto errata. Altre vittime celebri, per citare alcuni nomi, furono
il filosofo e storico francese Michel Foucault, lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, lʼartista
statunitense Keith Hering e il ballerino russo Rudolʼf Nureyev. Di sicuro però la vittima di
Aids più nota e la cui morte suscitò una eco mondiale fu Freddie Mercury, frontman e
cantante del gruppo musicale inglese dei Queen: risultato positivo allʼHiv e,
successivamente, ammalatosi di Aids il cantante prima rifiutò di rendere pubblica la sua
condizione, confessata solo ai membri del gruppo ed amici intimi, per poi diramare un
comunicato stampa, appena un giorno prima della sua morte avvenuta il 24 novembre
1991, nel quale chiedeva ai propri fan di supportare lo sforzo dei medici impegnati a
sconfiggere questa terribile malattia. Altri malati celebri, nel mondo dello sport, furono il
tennista, vincitore di 3 grandi slam, Arthur Ashe, risultato positivo allʼHiv nel 1988 (fu
appurato che il tennista, eterosessuale, contrasse il virus durante una trasfusione di
sangue eseguita nel corso di un intervento chirurgico al cuore), il tuffatore Greg Luoganis,
4 volte oro olimpico e 5 volte campione mondiale tra il 1976 e il 1988 e il cestista Magic
Johnson che, ad inizio della stagione agonistica 1991-1992, seppe, durante un controllo
di routine, di aver contratto il virus dellʼHiv. Di recente, nel 2015, lʼattore Charlie Sheen ha
confessato di aver contratto il virus dellʼHiv denunciando la difficoltà, a seguito della sua
confessione, di continuare a svolgere il mestiere di attore per la diffidenza dei colleghi.
Non era invece una persona celebre, ma celebre lo è diventata solo a seguito della sua
morte, il giovane Robert Reyford, morto a Saint Louis il 15 maggio 1969, indicato come la
prima vittima certificata di Aids. Ricoverato nel 1968 con le gambe e i genitali ricoperte di
piaghe ed escrescenze, risultò positivo alla clamidia. I sintomi, rimasti stabili per tutto il
1968, riapparvero molto aggravati lʼanno successivo: il ragazzo presentava febbre,
problemi respiratori e linfonodi enormemente ingrossati. I medici constatarono che il suo
sistema immunitario sembrava aver cessato di funzionare: da lì a poco infatti
Reyford, a seguito di un grave attacco di febbre, morì a soli 16 anni. Dallʼautopsia
effettuata sul corpo del giovane si poterono rilevare numerose anomalie: le lesioni violacee
presenti sulla coscia destra e nei tessuti molli di Robert si rivelarono essere causati dal
sarcoma di Kaposi, un raro tipo di cancro a quei tempi noto solo per colpire persone
anziane appartenenti ad alcuni gruppi etnici quali ebrei, sardi e greci. Inoltre i sarcoma
vennero ritrovati anche nellʼano e nel retto del giovane, cosa fino ad allora mai riscontrata
in alcun altro paziente. Dopo lʼautopsia, campioni di alcuni suoi tessuti furono conservati
nei refrigeratori dellʼUniversità dellʼArizona e successivamente analizzati, nel giugno del
1987, con il test in uso allʼepoca, il Western blot, che evidenziò anticorpi contro tutte le
nove proteine individuabili dellʼHiv. Un secondo test confermò il risultato del primo.
Dal 1988, Ogni anno il 1 dicembre, si celebra la ʻGiornata mondiale contro lʼAidsʼ.
Nonostante la malattia sia ben lontana dallʼessere debellata, gli enormi progressi della
medicina, dovuti specialmente alle terapie antiretrovirali, hanno trasformato lʼinfezione da
Hiv da patologia rapidamente fatale ad una infezione cronica con cui è possibile convivere
per un arco temporale mediamente lungo.Il fatto che lʼAids sia una malattia che si pone in
stretta correlazione con la sfera sessuale delle persone, oltre che connessa alla
problematica della droga, ha da sempre costituito motivo di imbarazzo ad affrontare
apertamente la problematica della sua diffusione. E se è vero che alla fine degli anniʼ80
una campagna di informazione di massa servì a far conoscere gli aspetti più salienti della
malattia e a mettere in allarme le persone sui comportamenti a rischio da evitare, è anche
vero che , da molti anni, dellʼAids se ne sente parlare sempre meno, come se il pericolo
fosse scampato. E sappiamo che non è così. Attualmente si stima che nel mondo siano
circa 36 milioni e 900 mila le persone sieropositive: la maggior parte sono giovani
compresi tra i 20 e i 30 anni ma oltre 3 milioni sono bambini e adolescenti. Sul numero
totale, circa 21,7 milioni di persone hanno accesso ad una terapia antiretrovirale. Nel 2017
hanno contratto lʼinfezione circa 1,8 milioni di persone e ogni giorno quasi 700 adolescenti,
tra i 10 e i 19 anni, diventano sieropositivi. Oltre 9 milioni di persone ignora di essere
infetta per cui, secondo stime internazionali, solo il 75% della popolazione infetta sa di
esserlo, con oscillazioni fra il 55% nei paesi africani e il 92% negli Stati Uniti ed Europa. A
livello mondiale il raggiungimento del target del 90% nella copertura dei ʻtre pilastriʼ della
gestione dellʼinfezione da Hiv, e cioè conoscenza dello stato di sieropositività, accesso alla
terapia antiretrovirale e la soppressione farmacologica dellʼinfezione, sono ancora molto
lontani rispetto al traguardo prefissato dalle Organizzazioni sanitarie per il 2020.
La medicina si è impegnata fin da subito nella ricerca di una cura che potesse sconfiggere
lʼepidemia mortale e i progressi fatti, in quasi quarantʼanni di ricerche e scoperte
scientifiche a riguardo, sono veramente impressionanti. Già nel 1987, a tempo di record, fu
approvato un primo farmaco, la molecola Azt, capace di inibire lʼenzima della
transcrittasi inversa virale, cioè il processo che permette al virus di trascrivere il proprio
codice genetico, il Rna, nello stesso linguaggio usato dal codice genetico delle cellule
dellʼuomo, il Dna.. Nonostante si fosse visto che il virus riusciva comunque a sviluppare
ceppi resistenti al farmaco e gli effetti collaterali fossero molto invasivi, oltre al prezzo
esorbitante delle stesso che portò presto alla creazione di un vero e proprio mercato nero,
la scoperta permise di riaccendere la speranza sulla possibilità di giungere ad una cura
definitiva contro il male. Nel 1991 venne approvato un nuovo farmaco anti Aids, la Ddi,
che, come lʼAzt, puntava ad impedire la trascrittasi inversa agendo sugli enzimi coinvolti,
ma evitando gli effetti più dannosi del precedente farmaco. Un anno dopo, a testimonianza
del fatto che, sul fronte medico, la ricerca di una cura contro lʼAids fosse lʼobiettivo
primario, venne approvata la Ddc, un altro inibitore, dando il via allo studio clinico
sullʼefficacia combinata dei due farmaci. Le scoperte scientifiche era riuscita nellʼintento di
ridurre il tasso di mortalità della malattia che dal 100% del 1984 era passata al 77,5% nel
1994. Lʼanno seguente venne approvato il Sequinavir, il primo inibitore della proteasi e il
3Tc, un inibitore della trascrittasi inversa particolarmente efficace se usato con altri
inibitori. La svolta nella cura della malattia avvenne nel 1996, anno in cui venne
abbandonata la monoterapia a base di Azt e le terapie abbinate: a gennaio vennero infatti
presentati gli studi clinici compiuti sullʼHaart, terapia antiretrovirale ad alta attività, che
divenne presto lo standard mondiale nella cura dellʼAids grazie ad una combinazione di
inibitori della trascrittasi inversa e di un inibitore della proteasi, ovvero lʼenzima che
modella le macroproteine. Lo scienziato taiwanese David Ho che mise a punto la terapia
combinata si guadagnò, a pieno titolo, la copertine del Time come ʻuomo dellʼannoʼ.
Sempre alla fine degli anni ʼ90 lʼofferta terapeutica si arricchì di nuovi farmaci: la
Nevirapina, primo inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa, e lʼIndinavir e il
Ritonavir che agiscono contro la proteasi. Gli enormi sforzi scientifici non tardarono ad
essere ripagati: la mortalità causata dallʼAids calo in modo rapido e netto, negli Stati Uniti
si dimezzò fin dal primo anno, mentre crebbero esponenzialmente lʼottimismo tra medici e
pazienti affetti da Hiv. Gli ottimi risultati legati alle nuove terapie furono presentati, nel
1998, alla XXII Conferenza Internazionale sullʼAids svoltasi a Ginevre: nonostante si fosse
visto che lʼHaart non fosse capace di azzerare rapidamente la replicazione del virus,
capace di sviluppare forme sempre più resistenti ai farmaci, la terapia segnò comunque un
punto di svolta nella storia della cura allʼAids. Nel settembre del 2000 fu messo in
commercio il Lopinavir, un potentissimo inibitore della proteasi mentre, negli anni più
recenti, è giunto sul mercato la Dorivarina, un farmaco inibitore della transcrittasi inversa
la cui efficacia appare superiore ai farmaci inibitori della proteasi.
Risale invece allo scorso febbraio la pubblicazione dei sorprendenti risultati di uno studio
condotto in sinergia da otto centri clinici in Italia, durato otto anni e pubblicato sulla rivista
ʻFrontiers in Immunologyʼ. Lo studio rivela che 92 volontari sono stati curati con la terapia
antiretrovirale cArt, a cui è stato affiancato un vaccino inoculante la proteina Tat, messo
a punto dalla equipe della dottoressa Barbara Ensoli: tale somministrazione si è rivelata
capace di ridurre il serbatoio di virus latente inattaccabile dalla sola terapia cArt. Gli autori
dello studio sottolineano come i pazienti trattati con cArt e vaccinati con la proteina Tat
hanno mostrato un forte calo del Dna provirale nel sangue, avvenuto con una velocità in
media di 4-7 volte maggiore di quella osservata in studi analoghi in pazienti trattati solo
con cArt. Il virus infatti non può essere eliminato dalla cArt perché persiste, senza
replicarsi, in alcune delle cellule infette in forma di Dna virale: questa forma ʻsilenteʼ del
virus costituisce un bacino che rimane invisibile al sistema immunitario ed è inattaccabile
dalla terapia. Il virus latente periodicamente si riattiva e comincia a replicarsi, pertanto la
sospensione della terapia cArt comporta la ripresa dellʼinfezione. Secondo la dottoressa
Ensoli, invece, “Eʼ concepibile che la vaccinazione con Tat possa conferire ai pazienti la
capacità di controllare il virus senza assunzione di farmaci per periodi di tempo la cui
durata dovrà essere valutata con specifici studi clinici”. La scoperta segna un punto
importantissimo nella ricerca di una cura per lʼAids ma il cammino della sperimentazione è
ancora lungo e necessita di tempo e fondi per andare avanti. Lʼobiettivo dei medici e dei
ricercatori impegnati, da anni, sul fronte della sperimentazione rimane quello di poter
garantire ai pazienti la guarigione dalla malattia, e non solo la coesistenza con essa, come
accade ora. Lʼobiettivo rimane ambizioso ma, a detta di molti, raggiungibile. In natura
infatti si sono osservate delle ʻguarigioni spontaneeʼ dal virus: i casi effettivamente
riscontrati sono rarissimi e gli stessi medici, nel definire questi episodi come veri casi di
guarigione procedono con molta cautela, ma di fatto i casi di cronaca li riportano come tali.
Nel 2014, un gruppo di ricercatori dellʼistituto francese ʻHealth and Medical Researchʼ, ha
pubblicato uno studio sulla rivista ʻClinical Microbiologyʼ inerente il caso di due uomini
guariti dallʼHiv. In entrambi gli individui analizzati, un uomo di 57 anni, con diagnosi di
sieropositività allʼHiv dal 1985, e uno di 23 anni con diagnosi di sieropositività dal 2011, il
virus è rimasto nelle loro cellule immunitarie ma è stato reso inattivo grazie a una
variazione del codice genetico. legata ad una maggiore attività di un enzima chiamato
ʻApobecʼ. Si ritiene che la stimolazione dellʼenzima Apobec 3G, una citosina facente parte
delle difese costitutive dellʼorganismo, di solito inibita dalla proteina retrovirale Vif, sia
responsabile della disattivazione del virus. Il processo di guarigione sarebbe quindi
avvenuto attraverso un sorta di meccanismo di ʻendogenizzazioneʼ del virus Hiv, un
processo che si ritiene abbia neutralizzato la patogenicità di altri virus in passato. Lo studio
offre, quindi, degli spunti rivoluzionari nel campo della ricerca perché apre la strada ad una
nuova cura ottenuta stimolando lʼenzima responsabile dei due casi di guarigione. Altri casi
di guarigione passati al vaglio della comunità scientifica sono quelli di una bambina
africana di 9 anni, infettata alla nascita dalla madre, che da 8 anni non necessita più di
cure perché nel suo sangue non si rileva più la presenza del virus. Altro caso di
guarigione, anche se temporanea, è quella da riferirsi al caso di ʻMississippi babyʼ, la
prima persona nata sieropositiva ad essere guarita per 27 mesi dalla sua condizione.
Esistono poi dei casi in cui i medici non parlano di guarigione ma di ʻcontrollo della malattia
senza farmaciʼ, i cosiddetti ʻelite controllerʼ, persone in grado di controllare lʼinfezione
probabilmente per la presenza di un virus non virulente o per una spiccata capacità del
sistema immunitario di tenere sotto controllo la situazione. Il caso più eclatante è quello di
una ragazza francese, oggi ventenne, nata sieropositiva ma non in cura farmacologica da
ben 14 anni.
La lotta allʼAids quindi continua, incoraggiata dai brillanti risultati della ricerca, ma spesso
frenata dalla mancanza di fondi atti a supportarla. Come detto dalla dottoressa Ensoli,
scopritrice del vaccino Tat “Il problema è sempre la mancanza di fondi per proseguire la
ricerca. Servirebbero 18 milioni di euro per arrivare al traguardo ma senza questa cifra
saremo costretti a fermarci nonostante i risultati incoraggianti già raggiunti, che
rappresentano una reale speranza per i malati”. 

 


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Ultimo aggiornamento: 2020-08-13 14:06:22 | 91.208.130.86