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09.11.2018 - 06:000
Aggiornamento 08:27

La Notte dei Cristalli e il pericolo dei "pifferai magici"

Sono passati 80 anni dal drammatico pogrom contro gli ebrei. La violenza di allora si può ripetere? Lo abbiamo chiesto al professor Claudio Vercelli, storico ed esperto di regimi totalitari

LUGANO - Tra il 9 e il 10 novembre 1938 ebbe luogo quella che è tristemente passata alla storia come la "Notte dei Cristalli", durante la quale ufficiali nazisti, squadre della Gioventù hitleriana e delle SA uccisero centinaia di ebrei e distrussero o danneggiarono migliaia di loro edifici e proprietà.

A 80 anni da quel tragico episodio, che getta ancora oggi una luce funerea sulla storia tedesca, ne abbiamo parlato con il professor Claudio Vercelli, storico italiano ed esperto di Novecento e regimi totalitari.

Come si arrivò agli avvenimenti di quella tragica notte?

«Fu un pogrom voluto, organizzato e quindi fomentato dal regime nazista, che coinvolse tutte le comunità ebraiche tedesche, sue vittime dirette ed immediate. La filiera organizzativa era chiara. Ad istigarlo fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels ma a realizzarlo furono le milizie paramilitari delle SA, in ciò attivamente aiutate da diversi cittadini tedeschi. Il consenso era diffuso, tra le élite così come nella società. La motivazione occasionale, addotta come scusa, era lo "sdegno" e la "rabbia" per il ferimento, e poi la morte, di un funzionario diplomatico tedesco, Ernst Eduard vom Rath, per mano di un giovanissimo rifugiato polacco, di origini ebraiche, Herschel Grünspan. Si trattava per l’appunto di un pretesto, che fu addotto per dare corso ad un’inenarrabile ondata di violenze contro gli ebrei tedeschi.

Quattrocento di loro vi perirono nel giro di poche ore, altri millecinquecento sarebbero morti a causa delle violenze subite o per la prigionia, trentamila furono i deportati (anche se poi una parte di essi sarebbe stata liberata). Nel complesso, oltre al bilancio umano vi fu quello materiale, con la distruzione o il saccheggio sistematico dei beni ebraici, dai luoghi di culto a quelli commerciali. Il 1938 fu nel suo complesso, per l’ebraismo ma anche per l’Europa ancora libera, un anno tragico, segnando definitivamente la fine delle ultime, residue speranze di un assestamento dell’antisemitismo di Stato dei nazisti su posizioni non troppo estremistiche. Gli ebrei tedeschi, e quelli dei paesi che sarebbero stati conquistati di lì a non molto dalle
truppe tedesche, venivano non solo discriminati ed emarginati ma perseguitati in maniera sempre più aperta e radicale. Quello stesso anno era stato contrassegnato dall’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania: l’annessione dell’Austria, l’inizio dello smembramento della Cecoslovacchia, il ripetersi delle pretese naziste su altri territori europei, rivendicati poiché abitati anche da persone di lingua tedesca. La campagna isterica contro gli ebrei si inseriva in questo quadro di patologica enfatizzazione del diritto della “nuova Germania”, tale poiché unità razzista, di stabilire una progressiva, indiscutibile signoria sul Continente. Stavano per smottare i vecchi equilibri geopolitici sanciti dagli accordi di pace del primo dopoguerra e stavano per cadere, con essi, anche i diritti dei popoli».


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Le commemorazioni a Berlino.

Come reagì allora l’opinione pubblica tedesca?

«Fu sostanzialmente consenziente. In una miscela di risentimento (contro gli ebrei, visti ora come un pericoloso corpo estraneo rispetto alla “nazione razziale” germanica), di compiaciuto asservimento (alle direttive e alle istigazioni provenienti dagli apparati di regime), di falsa rispettabilità (qualcosa del tipo: “Se ce la prendiamo con gli ebrei una ragione ci sarà pure”). Il nazismo si era già sufficientemente radicato in Germania ed era visto da molti tedeschi come un regime duro e spietato ma motivato da fini più che condivisibili; soprattutto, indirizzato a restituire al paese l’"onore", la gloria e la forza perduti con la fine della Prima guerra mondiale. Di sé dava l’idea che avrebbe comunque tutelato gli interessi nazionali. In cinque anni, dalla sua ascesa al potere e dalla trasformazione del suo cancellierato in dittatura, Hitler aveva enormemente consolidato la credibilità personale, e del suo sistema di potere, agli occhi di molti tedeschi. Per proseguire nel suo programma politico doveva però indicare, in misura sempre più spasmodica e radicalizzata, dei nemici, interni ed esterni, contro i quali adoperarsi. Passando, laddove possibile, alla violenza e quindi alle vie di fatto. L’intenzione di arrivare ad una guerra europea era già stata espressa, d’altro canto, da Hitler medesimo ai vertici delle forze armate germaniche.

Era solo una questione di tempo, necessitando un’organizzazione non solo militare ma anche civile e sociale adeguata all’obiettivo di scardinare i già traballanti equilibri europei. Su questo, in fondo, molti tedeschi si sarebbero rivelati consenzienti. Così come con l’idea di una "guerra tra concezioni del mondo", un conflitto ideologico tra il bene (la Germania "ariana") e il male (il "giudaismo internazionale", al quale erano attribuite le peggiori nequizie). La "Notte dei Cristalli", tra il 9 e il 10 novembre, si inseriva in questo processo di feroce progressione verso la catastrofe europea».

È corretto dire che a livello internazionale ci fu unanime condanna ma, concretamente, ben pochi provvedimenti a favore degli ebrei?

«Vi fu un atteggiamento alla Ponzio Pilato. Ci si lavò le mani, in altre parole. Si condannarono le violenze e gli "eccessi" (riguardo ai quali il regime nazista ebbe buon gioco a dire che da un lato erano il risultato della spontanea manifestazione di rabbia dei cittadini, dall’altro costituivano temporanee effervescenze che le autorità si sarebbero incaricate di ricondurre a ragione) ma non ci fu nessun concreto intervento della comunità internazionale. Che era a sua volta profondamente divisa nei riguardi di Hitler. Per certuni costituiva ancora una valida "barriera" contro il comunismo sovietico. Per altri era invece una crescente preoccupazione, poiché si iniziava a comprendere quali potessero essere le sue intenzioni di espansione. Finché si fosse esercitato contro le deboli democrazie nazionali, nate in Europa centrale nel 1918, non doveva tuttavia creare eccessive apprensioni. Francia e Gran Bretagna, i due attori più importanti nella scena europea i quegli anni, si consideravano in grado di potere contrastare le mire espansioniste tedesche nel momento in cui avessero superato la soglia del rischio (calcolato con esclusivo riguardo ai loro diretti interessi). Tutto ciò si rivelò, all’atto concreto, un tragico errore di valutazione. Gli ebrei, in questo turbinio collettivo, erano solo delle pedine senza valore, più degli “oggetti” imbarazzanti, da osservare con un misto di indifferenza e di fastidio, che non dei cittadini oramai apertamente a rischio di morte. Comunque di persecuzione sistematica. In questo atteggiamento, diffuso all’epoca, riecheggiavano ancora molti stereotipi, cliché, ambiguità e pregiudizi che anche il liberalismo continuava a nutrire verso la cosiddetta «questione ebraica», ossia la persistenza stessa di una specificitàebraica, peraltro ben inserita nel tessuto europeo, di cui costituiva semmai una forza trainante».


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Le commemorazioni a Berlino.

Quale lezione possiamo apprendere 80 anni dopo?

«La prima è che le democrazie sono un bene collettivo a rischio se non si alimentano della consapevole e continua partecipazione dei cittadini: sono molto meno seduttive dei totalitarismi e delle dittature, necessitando di alimentarsi costantemente del senso di responsabilità degli individui. La seconda è che nulla è dato una volta per sempre: ciò che può sembrare assodato, può essere messo a rischio se alcune certezze, a partire da quelle economiche, vengono invece poste in discussione. Quando una parte della collettività si sente esclusa o emarginata, è facile che cada preda di pifferai magici, che rischiano però di trascinarla verso il baratro. La lunga crisi europea degli anni Venti e Trenta fu anche un’interminabile crisi di status e di prospettive per una
parte dei ceti medi che, dinanzi al disagio che andavano vivendo sulla propria pelle, scelsero di delegare alle dittature la “soluzione” delle proprie angosce. La terza è che il rifiuto del razzismo, a partire da quello di Stato, come’era concretamente praticato nella Germania di quegli anni, poi in Italia e in quei paesi europei sotto regime autoritario, non è una questione di buoni sentimenti bensì di coesione sociale. Colpire una minoranza, che è parte integrante del tessuto nazionale, serve ad allineare le maggioranze verso obiettivi e mete pericolosissime: in questo caso, la guerra mondiale.

Una quarta lezione è che quando si colpiscono le minoranze, attribuendogli chissà quali responsabilità, sta avvenendo qualcosa di molto pericoloso, volendo orientare e manipolare il pensiero e le condotte dei molti verso obiettivi che di democratico hanno poco o nulla. La quinta, ma non ultima, è il richiamo ad un qualche diritto d’ingerenza negli affari altrui: se un paese assume progressivamente posizioni sempre più irresponsabili, e poi criminali, la comunità internazionale – a meno che non sia una pura finzione di forma – ha il dovere di intervenire per tutelare le vittime presenti (e future). Si tratta, in quest’ultimo caso, di una questione spinosissima poiché pone due problemi fondamentali: quali sia la reale forza del diritto internazionale nel prevenire genocidi o comunque violenze di massa; dove si ponga la sottile linea rossa che divide il legittimo esercizio di una sovranità nazionale, con tutte le prerogative che ciò comporta verso i propri cittadini, da un suo ricorso illecito e, quindi, sanzionabile dall’intervento di coalizioni di paesi terzi. Lo si è visto, in anni più recenti, nelle guerre balcaniche, tra il 1991 e il 1998, così come in molte vicende aperte, soprattutto in Medio Oriente e in Africa.


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Le commemorazioni a Berlino.

C’è il rischio, secondo lei, che un evento del genere possa nuovamente accadere - non necessariamente contro gli ebrei, ma contro un’altra minoranza?

«Fin troppo ovvio dire che la storia non si ripete mai, non almeno come un blocco monolitico. Ogni epoca ha infatti le sue specificità. Meno ovvio, invece, il ricordare che non siamo per nulla vaccinati, una volta per sempre, rispetto al ripetersi di elementi deteriori del passato. Le trasformazioni che stanno coinvolgendo l’Europa, d’altro canto, si ripercutono sulle collettività nazionali, rigenerando antiche paure, come quella di essere deprivati del benessere da poco raggiunto. L’unico antidoto che io vedo è una governance internazionale che agisca su alcune leve strategiche, dalle quali si dovrebbero generare nuove politiche dei diritti collettivi: una politica fiscale che tuteli le società nazionali dal depauperamento esercitato da economie transnazionali poco o nulla interessate ad destino dei territori dai quali traggono la maggioranza delle loro risorse; un sistema di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta che ritorni, sotto molteplici forme, ai produttori medesimi; una sistematica azione culturale, prima di tutto continentale, per incrementare la conoscenza diffusa, non quella coltivata dalla élite (che sanno come preservarsi dinanzi ai drammi della storia) ma dalle società, poiché l’ignoranza non è certo l’unica causa delle tragedie collettive ma di certo ne è un robusto propellente. E molto altro ancora.

Temo, tuttavia, che il quadro continentale, al netto delle crisi nazionali che stiamo vivendo, almeno in alcuni casi, non sia per nulla volto in tale senso. La storia non si ripete; certi drammi rischiano però di ripresentarsi, magari sotto false spoglie, come se nulla fosse per davvero passato».

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