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MONDO
10.10.2018 - 06:000

Pena di morte, 5 Paesi nel mirino di Amnesty International

Sono Bielorussia, Ghana, Iran, Giappone e Malaysia: per i condannati alla pena capitale «la crudeltà è una regola»

LONDRA - In occasione dell'odierna Giornata mondiale contro la pena di morte Amnesty International dà il via a una nuova campagna per mettere sotto pressione 5 Stati – Bielorussia, Ghana, Iran, Giappone e Malaysia – affinché mettano fine alle condizioni di detenzione disumane alle quali sottopongono i detenuti del "braccio della morte" e aboliscano la pena capitale.

La campagna - «Le persone oggetto di una condanna a morte devono essere trattate con dignità e detenute in condizioni conformi alle disposizioni del diritto internazionali relative ai diritti umani» ha dichiarato l'organizzazione non governativa. 

«Qualunque sia il crimine commesso, nessuno dovrebbe subire delle condizioni di detenzione disumane. Ciononostante, molto spesso, i condannati a morte sono detenuti in isolamento, non hanno accesso ai medicamenti di cui necessitano e vivono nell’angoscia costante a causa della minaccia dell’esecuzione,» ha aggiunto Sarah Rusconi, portavoce della Sezione svizzera di Amnesty International. «Il fatto che in certi paesi le autorità non avvisino i detenuti e i loro parenti che alcuni giorni, se non alcuni istanti, prima dell’esecuzione, è estremamente crudele. I governi che ancora applicano la pena capitale la devono abolire immediatamente e mettere fine alle spaventose condizioni di detenzione alle quali sono sottoposte troppe persone che si trovano nel “braccio della morte”».

I cinque Paesi - Amnesty International ha raccolto informazioni su gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel mondo intero, ma la nuova campagna dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani concentra la propria attenzione su casi di condannati in Bielorussia, Ghana, Iran, Giappone e Malaysia, dove la crudeltà legata alla pena di morte è la regola.

In Ghana dei detenuti condannati al patibolo hanno dichiarato che spesso non avevano accesso ai medicamenti necessari per curare malattie e patologie croniche; in Iran, Mohammad Reza Haddadi è nel settore dei condannati alla pena capitale dall’età di 15 anni. È stato sottoposto alla tortura psicologica di vedere la sua esecuzione programmata e poi rinviata almeno sei volte negli ultimi 14 anni; Matsumoto Kenji, incarcerato in Giappone dal 1993, ha sviluppato una patologia paranoica che è molto probabilmente il risultato della sua detenzione in isolamento prolungato in attesa dell’esecuzione; Hoo Yew Wah, detenuto in Malaysia, è stato torturato durante il suo arresto e la procedura che è sfociato nella sua condanna è risultata viziata. Ha depositato una richiesta di grazia nel 2014, ma è ancora in attesa di una risposta; in Bielorussia l’applicazione della pena capitale è circondata dal segreto: i fatti che la riguardano sono nascosti all’opinione pubblica e le esecuzioni sono condotte senza avvisare in anticipo i detenuti, le loro famiglie e gli avvocati.

Amnesty International si oppone in qualsiasi circostanza e senza eccezioni alla pena di morte, indipendentemente dalla natura e dalle circostanze del crimine commesso, della situazione del condannato, della sua colpevolezza o innocenza o ancora il metodo utilizzato per procedere all’esecuzione. La pena capitale viola il diritto alla vita iscritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si tratta della pena più crudele, disumana e degradante.

993 esecuzioni nel 2017 - Amnesty International ha recensito 993 esecuzioni in 23 paesi nel 2017, ovvero una diminuzione del 4% rispetto al 2016 e del 39% rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni sono avvenute in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. Questi totali non include le migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove i dati relativi alla pena di morte sono ancora ritenuti segreto di Stato.

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Ultimo aggiornamento: 2020-07-10 15:56:00 | 91.208.130.89