Foto Patrick Acquadro
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CUBA/LUGANO
05.12.2016 - 20:200
Aggiornamento : 06.12.2016 - 11:02

«Vi racconto la mia Cuba senza Fidel: da 9 giorni in lutto»

Patrick Acquadro, ieri a Lugano oggi a Cuba, racconta come si vive a Cubo dopo 9 giorni di lutto

CUBA/LUGANO - Yo soy Fidel: a Cuba non si sente e non si legge altro. Nove giorni di lutto (compresi due weekend) in cui musica allegra e alcool sono stati banditi da case, piazze e locali per il malcontento di turisti ed esercenti.

Partite dalla capitale Avana le ceneri del comandante hanno ripercorso, al contrario, la via che lo vide risalire trionfalmente l'isola nel 1959.

Ovunque le stesse scene: il passaggio della carovana a 40 chilometri all'ora tra due ali di folla scalpitanti. Ore di attesa sotto il sole cocente per cinque secondi di estremo saluto. Risultato: il disapppunto di molti e la commozione di alcuni, soprattutto anziani. L'ho potuto constatare in due occasioni distinte, a Camaguey (terza città per abitanti) e a Santiago, nel tratto che ha portato la piccola bara verso la sua ultima destinazione, il Cementerio Santa Ifigenia. Qui, a sorpresa, poco dopo la sepoltura di domenica mattina hanno aperto i cancelli. Così giornalisti, fotografi e chi era lì più o meno per caso (come me) hanno potuto fargli una breve visita, giusto il tempo di porgere un fiore e scattare tre foto alla tomba. Niente di trascendentale, però chi avrebbe forse meritato di esserci più di noi non è stato avvisato.

Eppure fin qua i preparativi in ogni città erano stati minuziosi, ritinteggiando le facciate dei palazzi, la segnaletica stradale e persino le panchine lungo il percorso. Le telecamere non potevano di sicuro trasmettere le immagini di un Paese trascurato (comunque almeno nei centri non lo era neppure prima).

Yo soy Fidel, dicevamo. Dicono tutti. Un tipo di espressione evidentemente di moda ovunque. Ma qui ha un significato speciale, ripetono i cronisti come un disco rotto: "La rivoluzione continua perché Fidel era il popolo, e il popolo è Fidel. Ecco cosa vuol dire."

Quindi se chi governa è il popolo, allora quest'ultimo secondo logica deve stare tranquillo. E se la rivoluzione è perpetua non c'è bisogno di farne un'altra.

Una forma di propaganda postuma che non può che far bene all'attuale presidente, Raul Castro.

Un'occasione unica per ricompattare tutti sotto un'unica bandiera. Che sventola, seppur a mezz'asta, in ogni piazza o cortile possibile immaginabile. Insieme alle foto e alle frasi più celebri del comandante. Colui che, a detta delle tv, si è impegnato anima e corpo per più di cinquant'anni per il bene del suo Paese e non solo: del mondo intero.

La sua gente, stando a quanto ho visto e sentito in questo periodo di lutto, credeva davvero in lui. Nessuno esce dal coro. Non ora per lo meno, come potrebbe? Piuttosto sta zitto.

Tuttavia prima sì, delle critiche le avevo udite: "Finché ci saranno i Castro noi rimarremo bloccati," mi aveva detto un paio di settimane fa un giovane cameriere dell'Avana. "Il sistema non funziona se io che ho studiato come web designer guadagno molto di più facendo il cameriere, con le mance. Lavorando per lo stato prenderei 250 pesos al mese come chiunque altro. Sono 10 Cuc (circa 10 franchi), ti rendi conto?"

Dato che per la cena ne avevo spesi quasi 15 in effetti non è stato difficile capire il suo punto di vista.

E proprio loro, i giovani, probabilmente anche grazie all'accesso (non sempre semplice) a internet, qualche vago dubbio danno l'impressione di averlo. Questo mentre i più piccoli canticchiano yo soy Fidel, yo soy Fidel: un ritornello semplice, orecchiabile ed efficace. Pur non avendo probabilmente una chiara idea di chi fosse il comandante, loro lo ripetono in continuazione lo stesso, così che tutti possano ascoltarli con un sorriso intenerito sulle labbra.

In futuro se ne vanteranno o se ne vergogneranno? Chissà... Intanto l'alcool e la musica vera possono finalmente riprendere a scorrere tra le strade dell'isola di Fidel. Pardon, dell'isola di Cuba.

 

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