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L'OSPITE
07.03.2019 - 14:000
Aggiornamento : 08.03.2019 - 07:18

Per chi suona la campanella

Andrea Stephani, Lista n. 11 I Verdi del Ticino – Candidato n. 5 CdS – N. 87 GC

Per andare avanti, a volte, bisogna fare un passo indietro. A margine del recente dibattito sulla scuola, mi pare quindi opportuno, anziché lanciarsi in ardite fughe in avanti, fermarsi e riflettere.

La scuola ticinese è sicuramente un modello perfettibile, ma che assolve dignitosamente il suo ruolo di ascensore sociale e che, di conseguenza, tende già ad un buon livello di inclusione. Il nostro sistema scolastico, infatti, garantisce il diritto all’istruzione di tutti, indipendentemente dal ceto sociale e dalle capacità economiche. In questo frangente, ci sono tuttavia ampi margini di miglioramento. Ad esempio, l’introduzione della tredicesima mensilità per gli apprendisti (che contribuirebbe a rilanciare un percorso di formazione troppo spesso ingiustamente snobbato) e l’innalzamento dei tetti massimi delle borse di studio sono misure condivisibili che meritano sostegno e approfondimento. Occorre però spingersi oltre e rilanciare la proposta di Trasporto pubblico gratuito per studenti ed apprendisti, che sarebbe una prima risposta della politica a tutti quei ragazzi scesi in piazza a difesa del clima e che, nel contempo, incentiverebbe un comportamento virtuoso e consapevole e sgraverebbe le famiglie di un costo non trascurabile. Se il Cantone si assumesse il costo di questa operazione, ne beneficerebbero anche i Comuni che non dovrebbero più rimborsare le spese legate al trasporto degli allievi o degli abbonamenti Arcobaleno.

A livello di contenuti della prossima riforma scolastica, invece, il DECS dovrà creare, attorno ad un nuovo progetto, un solido consenso e un ritrovato entusiasmo. Soprattutto all’interno della scuola stessa. Mettere d’accordo tutte le forze politiche è un’impresa ardua, ma una riforma della scuola deve quantomeno essere condivisa dagli attori che quotidianamente vivono questa istituzione: i docenti e gli allievi, senza dimenticare i genitori. Vale la pena ricordare come il ruolo del docente sia cambiato nel corso degli anni. Solo qualche tempo fa, erano gli stessi insegnanti il motore delle riforme scolastiche. Oggi, soffocato da un modello utilitaristico che genera scartoffie e burocrazia, il corpo docente è costretto dalle circostanze a limitarsi (e non è poco) al lavoro di trincea, abdicando al proprio ruolo strategico in favore di sedicenti esperti del settore, competenti sulla carta ma con poca (per non dire alcuna) esperienza sul campo. Ridare centralità alla figura del docente all’interno del “sistema scuola” significa ricordarsi che qualsiasi riforma non potrà mai cambiare ciò che sta alla base di ogni processo di trasmissione del sapere: il rapporto maestro – allievo.

L’istruzione non può però essere solo un affare di Stato. Per questo motivo è necessario richiamare i genitori alle proprie responsabilità formative, anche attraverso il sostegno ad esperienze di educazione parentale o intergenerazionale.

Ma forse, al posto di calare dall’alto modelli pedagogici preconfezionati, sarebbe più corretto coinvolgere in questa discussione i ragazzi stessi e recepire il messaggio che ci stanno mandando dalle piazze in cui si sono radunati nelle scorse settimane. Migliaia di studenti che ci hanno ricordato che la campanella sta suonando, che sono presenti all’appello e che hanno qualcosa da dire. Ascoltiamoli.

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