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07.04.2016 - 06:000
Aggiornamento : 13:28

«Boccio i selfie: servono solo a creare invidia»

Una foto perseguita il protagonista. Arriva nelle sale il film “Dall’altra parte del mare”. A colloquio col regista Pierre Maillard

LUGANO - Un fotografo di guerra ha fatto una foto “di troppo”, e ormai fotografa solo alberi. In Albania incontra una ragazza che vuole scappare dalla vendicativa famiglia, e la aiuta a fuggire. Le loro vite si incrociano con quelle di un prete che, facendo un patto col diavolo, li aiuterà a raggiungere l’Italia. Questa la trama del film “Dall’altra parte del mare”. Ma come è nata l’idea?  E che importanza ha la fotografia al giorno d’oggi? Ce lo racconta il regista Pierre Maillard, che presenterà il suo film in anteprima questa sera alle 20.30 al Lux di Massagno.

Come è nata l’idea di questo film?

È nato dal mio amore per gli alberi. Ho pensato ad un fotografo di guerra che ha smesso di fare il suo lavoro, perché è oppresso dai fantasmi del passato, e trova la pace solo attraverso gli alberi. La mia prima idea era di girare il film in un paese afflitto dalla guerra, ma poi ho pensato all’Albania, ci sono stato una ventina di volte, e da lì è nata l’idea di una ragazza in fuga che si nasconde dentro un albero. È però difficile dire come è nata l’idea, è un processo organico, come cucinare.

Un tema fondamentale del film è la fotografia. Che legame ha lei con questa arte?

Non sono un fotografo, come tutti faccio qualche foto, ma quando viaggio non porto mai con me una macchina fotografica. Viaggio solo con un quadernetto e scrivo. Ma la fotografia è legata al cinema, e per questo la amo, vado spesso a vedere le mostre di fotografia.

È giusto pubblicare foto come quella di Aylan, il bambino migrante morto sulla spiaggia?

Questa fotografia è fortissima, ha avuto una grande eco in tutto il mondo, ma non è l’unica. Poi la tragicità è ancora maggiore perché la composizione della foto ha un qualcosa di classico, e riesce ad arrivare a tutti. Il mondo certe volte ha bisogno di vedere queste cose. Questa fotografia è diventata un simbolo, e il mondo ha bisogno di simboli.

Nel mondo di oggi, con internet, la fotografia è importante, anche per attirare l’attenzione. Cosa ne pensa?

Tutta questa moda dei selfie è veramente ridicola, è feticismo. È come dire: io sono vivo, io sono qui con lui. Ad esempio quando la gente è davanti ad una bella cosa vede solo il cellulare e la macchina fotografica, non assapora più il momento. Oggi la fotografia è quasi un filtro, un impedimento alla visione, impedisce il rapporto diretto con il mondo. La fotografia non è più uno sguardo sulla realtà, serve solo per vantarsi con gli altri, creare invidia. Il mestiere di fotografo invece serve a mostrare a tutti quello che succede nel mondo. Il problema è che oggi tutti si improvvisano fotografi.

La fotografia serve per capire il mondo, o è inutile far vedere sempre più violenza? C’è una sorta di assuefazione?

Dipende da come è mostrata. Dipende anche dallo sguardo di chi fa la foto, ma anche da chi la vede, e dal contesto. E soprattutto oggi bisogna fare attenzione alle fotografie modificate o manipolate per far passare un messaggio invece di un altro. La fotografia deve avere un senso.

Ci sono foto che diventano dei simboli, lei ne ha una?

Ce n’è una di Don McCullin, in cui si vede un soldato in Vietnam, e sul suo viso si capisce molto della guerra. Non piange, non c’è niente di particolare, ma è una foto emotivamente forte.  

Come è cambiato il valore della fotografia nel tempo? Che ruolo ha oggi? Oggi ha più valore la fotografia di ieri?

Di questo possiamo parlarne per giorni. All’inizio la fotografia ha modificato la pittura e la percezione del mondo, poi ha avuto anche un ruolo sociale, per l’identità. Oggi è diventata una cosa banale, un bambino piccolo ha già visto numerose foto, e magari ne ha fatte altrettante.

Cosa spinge un fotografo a documentare scene di guerra?

Difficile da dire, forse c’è una sorta di attrazione, per sentirsi vivo bisogna toccare il dramma. I treni che arrivano puntuali non interessano a nessuno, ma un incidente di un treno sì.

 

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