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Lifestyle«Non è una scusa per comportarsi in modo dannoso per il clima»

09.08.22 - 09:00
Flavien Gousset (25) è diventato famoso su Instagram grazie ai suoi video esplicativi in merito alle votazioni.
Nathalie Taiana
Fonte Sebastian Sele
«Non è una scusa per comportarsi in modo dannoso per il clima»
Flavien Gousset (25) è diventato famoso su Instagram grazie ai suoi video esplicativi in merito alle votazioni.
In questa intervista spiega la relazione tra disuguaglianza e crisi climatica. I libri di Jean Ziegler, relatore speciale dell’ONU, gli hanno permesso di scoprire questa correlazione.

IN BREVE:

– Flavien Gousset (25) è diventato famoso su Instagram grazie ai suoi video esplicativi sulle votazioni.

– Grazie alla scoperta dei libri di Jean Ziegler, relatore speciale svizzero dell’ONU per il diritto all’alimentazione, ha acquisito una sensibilità per gli effetti della crisi climatica.

– I consigli di Gousset per una vita sostenibile: «Unitevi a movimenti e partiti».

Il suo marchio di fabbrica è il tavolo della cucina del suo appartamento. Circa ogni due mesi, Flavien Gousset (25) si siede al suo tavolo con due bevande e gira un video esplicativo sui prossimi temi in votazione: dalla legge sulla caccia al congedo paternità fino alla legge sul CO2. «La democrazia vive grazie alla partecipazione attiva dei cittadini», spiega in un suo post. Nei suoi video non nasconde il fatto che partecipa al processo democratico con una chiara posizione politica.

Questa combinazione riscuote successo. Sono ormai circa 11 700 i follower iscritti al canale Instagram di Flavien Gousset che con i suoi video raggiunge anche le 150 000 visualizzazioni. Collabora inoltre molto spesso con l’attivista LGBTQ+ Anna Rosenwasser.

Flavien Gousset, si considera un influencer politico?
«Mi piace di più la definizione di attivista della rete. Per «influencer» mi immagino di più una persona che viene pagata per rendere appetibile ai suoi follower un prodotto o un servizio. Questo ha poco o niente a che fare con un video esplicativo. Soprattutto perché dietro ogni video si nascondono quattro giorni di lavoro non pagato».

I suoi video piacciono anche per la sua chiara posizione politica. Come è ci è arrivato?
«Mentirei se dicessi che lo so di preciso. Ma sicuramente per me è stato importante il fatto che dopo la scuola elementare a Bienne mi sono trasferito sulla «costa d’oro» sul lago di Zurigo. La mia vicina a Bienne la mattina presto consegnava giornali, la sera tardi faceva le pulizie in un asilo nido e al contempo cresceva cinque figli in un appartamento da tre locali. E da un giorno all’altro mi sono ritrovato sulla costa d’oro dove la metà dei miei compagni di classe aveva una casa di vacanza in Engadina. Sentivo questa disuguaglianza come qualcosa di profondamente ingiusto. E cercando una spiegazione a questa situazione sono rimasto indignato dal fatto che a livello internazionale è ancora più estrema».

Lei ritiene che questa esperienza sia inoltre legata con la sua concezione della crisi climatica.
«Mentre cercavo le mie risposte ho letto molto. A 15 anni ho scoperto i libri di Jean Ziegler, ex-relatore speciale dell’ONU per il diritto all’alimentazione. In uno dei suoi libri descrive una scena che mi è rimasta impressa nella memoria fino a oggi: una madre riempie una pentola con delle pietre e le mescola finché suo figlio non si addormenta. È costretta a farlo poiché il cibo scarseggia a causa della siccità. Grazie a Jean Ziegler ho capito: c’è una correlazione tra la disuguaglianza, la crisi climatica e la morte».

Torniamo alla sua specialità: può spiegare meglio come funziona questa correlazione?
«Le regioni del mondo che hanno le minori responsabilità in materia di cambiamenti climatici sono quelle che soffrono le conseguenze più drastiche. Lo dimostrano le cifre del Climate Vulnerability Monitor: i ricchi Paesi industriali sono responsabili di circa il 70 per cento delle tonnellate di CO2 prodotte finora ma sopportano solo il 12 per cento dei costi che ne conseguono. Dall’altra parte troviamo invece i Paesi che storicamente contribuiscono poco ai cambiamenti climatici che devono tuttavia sopportare l’82 per cento dei costi totali. Ciò significa che è proprio in queste aree che siccità, inondazioni e incendi colpiscono più duramente: dove le persone hanno meno risorse per compensare le conseguenze».

Per combattere queste disuguaglianze, lei vive in modo assolutamente sostenibile?
«No, per farlo dovrei tornare a vivere nei boschi e coltivarmi da solo le mie verdure. Non credo nemmeno che un problema di questa portata possa essere risolto solo puntando sulla responsabilità individuale dei cittadini. È dimostrato che è molto più importante che le banche come UBS, Credit Suisse e la banca nazionale smettano di investire enormi somme in gruppi industriali che promuovono i vettori energetici fossili. Questa non deve però essere una scusa per comportarsi in modo dannoso per l’ambiente. Io non mangio carne, non uso l’aereo e cedo solo di fronte a un buon formaggio. Per finire ci si sente bene quando ciò che facciamo riflette ciò che crediamo sia giusto fare».

Che consiglio climatico darebbe a tutti i cittadini svizzeri?
«Ne darei diversi. Al CEO di Glencore consiglierei di smettere di sfruttare la natura e le persone. E a tutti gli altri direi di unirsi a movimenti e partiti per far sì che non gli rimanga altra scelta».

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