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CANTONE
01.10.2014 - 06:290

"Se anche solo uno su dieci non finisce in assistenza, lo Stato ci avrà guadagnato"

Cosa sono le esperienze pedagogiche in barca? Perché si fanno? È davvero una pacchia?

LUGANO - Un nuovo caso Carlos, così in molti hanno etichettato la storia del 14enne svizzero tedesco per il cui programma di reinserimento lo Stato spende oltre 400 franchi al giorno per 40 settimane e più. Il giovane vive da maggio sulla Salomon di Jugendschiffe, una barca-scuola dedicata ai ragazzi problematici, la sua storia è emersa in seguito alla denuncia della madre, a cui è stato tolto l’affidamento e che lamenta la lontananza del figlio. Per capire meglio queste iniziative abbiamo contattato chi li ha portati anche in Ticino, Cristina Lombardi dell’associazione Il Sorgitore. “Uno degli esempi cui ci riferiamo è proprio quello di Jugendschiffe. Hanno più o meno la nostra tipologia di ospiti, ma il periodo a bordo è molto più lungo e c’è anche un programma scolastico e di pre-apprendistato”, ci racconta. Le uscite del Sorgitore durano un massimo di tre mesi e sono finanziate da sostenitori  privati, l’Associazione infatti non riceve aiuti pubblici. A imbarcarsi sono “adolescenti che sono in un vicolo cieco del loro processo di crescita”. Sono ragazzi che dopo molti insuccessi non lavorano e non vanno a scuola. “Provengono da famiglie in difficoltà e sofferenti, spesso già a carico della collettività, e vivono in foyer per i più diversi motivi”.
 
Life skills - “L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito dieci competenze necessarie ad affrontare la vita nella società – racconta la velista ticinese - Abilità come la capacità di prendere decisioni o risolvere problemi, di gestire le emozioni, la creatività. Lavorando su queste cerchiamo di dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare i momenti difficili che tutti gli adolescenti hanno ma non tutti riescono a gestire”. Oltre a sviluppare degli aspetti del carattere di cui gli ospiti potranno fare tesoro per il resto della vita, l’esperienza al largo permette anche di allontanare l’utente da compagnie o situazioni di stress che possono averlo messo in crisi. “Uno degli aspetti più importanti è quello della decontestualizzazione. Ossia togliere il soggetto dall’ambiente che ne ha determinato la crisi”, continua Lombardi. Ma non è sul molo che si conclude l’esperienza. “Facciamo molta attenzione che i ragazzi siano seguiti prima e dopo. Serve un accompagnamento quando si rientra nella società”.
 
Bisogna voler cambiare – Parlando di soldi pubblici, come nel recente caso di cronaca, la domanda è: ma funziona? “Quando si lavora con le persone è difficile affermare se qualcosa funziona o meno. A livello mondiale ci sono alcuni studi che mostrano un miglioramento delle competenze sociali per il 64-72% dei partecipanti a progetti basati sugli stessi principi della pedagogia esperienziale”. Nel caso de Il Sorgitore i ragazzi che hanno affrontato l’esperienza di tre mesi sono diciotto. “Di questi qualcuno lo si è perso di vista, qualcuno lo continuiamo a seguire, altri seguono un apprendistato o lavorano. Bisogna dire che, per avere dei risultati, anche il ragazzo deve aver voglia di cambiare. I risultati positivi, poi, possono essere evidenti a volte solo dopo anni”.
 
Provare per credere – In molti hanno accusato le autorità sangallesi di aver mandato il giovane in crociera, utilizzando il termine in senso spregiativo. “Vorrei invitare chi la pensa così a bordo, anche per una sola settimana”. Infatti l’esercizio non è il semplice e beato andar per baie. “Si viene tolti dal proprio ambiente e costretti a gestire le relazioni. L’ambiente è angusto, le difficoltà ci sono e bisogna adattarsi. In una comunità a terra a volte si può prendere e uscire, qui no”. Inoltre, se nelle crociere scintillanti c’è un intero equipaggio a coccolare gli ospiti, “da noi si è in “vacanza” solo perché non si va a scuola, ma ci sono dei compiti e delle responsabilità: si fa la spesa, le pulizie, la manutenzione della barca, vi sono i turni di lavoro e guardia, di giorno e di notte, col sole o sotto la pioggia. Ovviamente ci sono anche i momenti in cui si prende il sole, ma come accade nella vita reale”.
 
I costi sono questi - “Certo, se si guarda la cifra totale di un anno è enorme, fa impressione. Ma è quello che si spenderebbe anche in un foyer, in una comunità. Per accompagnare una persona ci vogliono dei mezzi, se si vuole fare un lavoro serio serve una squadra di professionisti, questo è un fatto”. Inoltre, così come quelli educativi, anche i risultati finanziari non possono essere quantificati sul breve termine. “Se anche uno su dieci dei ragazzi seguiti non finirà in assistenza in futuro, lo Stato ci avrà guadagnato”. Inoltre, aggiunge Cristina Lombardi, se la fattura arriva a tutti è anche perché pochi sono esenti da colpe: “Se c’è tanto disagio giovanile e non solo è anche una responsabilità di tutta la società. Se la responsabilità è condivisa, sono condivisi anche i costi”.
 
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