LOCARNO
08.08.2012 - 17:550

Gael García Bernal: "Un attore deve trasmettere emozioni"

Lo aspettava soprattutto il pubblico femminile: l'attore messicano Gael García Bernal, 34 anni, è giunto a Locarno per il film di Pablo Larraín NO.

Assurto al successo internazionale nella parte del giovane Ernesto Guevara  in “I diari della motocicletta” e poi recitando in “La mala educación” di Pedro Almodóvar,  Gael García Bernal è felice di essere a Locarno dove ha ricevuto l'Excellence Award.

Che effetto le fa ricevere un premio alla carriera?
Sono contento di ricevere e mi fa un certo effetto.

Perché?
Perché non avevo mai pensato di fare film. Da giovanissimo ho sognato di fare l'attore, come altri sognano di diventare rockstar e campioni olimpici. Ma non avrei mai pensato che questo sogno potesse realizzarsi.

Eppure di film ne ha già fatti molti...
Ora che ho 34 anni comincio a realizzare le profonde ragioni che mi hanno spinto ad intraprendere questo lavoro. Nella maggiore parte dei casi, però, non è per colpa mia (ride)... sono i registi ad essere venuti a cercarmi. Per me il regista è determinante e devo avere voglia di girare con lui.

C'è almeno una ragione che l'ha spinta nel mondo del cinema?
A pensarci bene, la possibilità di viaggiare molto, di incontrare le persone, di scoprire nuove realtà.

E come vive il suo lavoro?
Con serietà, perché in questo lavoro si imparano molte cose. Ma anche con molto piacere e divertimento. Ogni film è sempre un esperimento. Anche sul set, quando gli attori  smontano e rimontano il copione, è come stare in un laboratorio.

La sua formazione quanto ha contato nel suo attuale lavoro?
Ho cominciato a studiare filosofia in Messico e ho preso parte allo sciopero degli studenti; sono sempre stato molto sensibile alle realtà politiche. Ho poi iniziato a viaggiare in Europa, ho fatto un sacco di lavoretti. Poi ho pensato che fosse una buona idea seguire corsi di recitazione alla Central School of Speech and Drama di Londra.

Si identifica nei ruoli che recita?
No, identificarmi no. Sei dietro una cinepresa a cui affidi generosamente il tuo volto, che diventa il personaggio. Quindi c'è una stretta relazione tra il carattere del personaggio e il volto prestato dall'attore. Spesso quando accetti una parte senza leggere il copione, non sai veramente che cosa ti aspetta. In “Rocco e i suoi fratelli”, Alain Delon non poteva sapere come si sarebbe sviluppato il suo personaggio. La stessa cosa è successa a me con il personaggio René Saavedra nel film “NO”. Scarterei, dunque, l'dea dell'identificazione. Ma ci deve essere, questo sì, dell'empatia.

E come andata con il regista di “NO”?
Quando Pablo mi ha chiamato gli ho subito detto di sì, soltanto in un secondo momento ho letto il copione. Mi piace il rapporto creativo che si crea tra attore e regista. Amo moltissimo questo film e il ruolo che ho dovuto interpretare.

Nel film “NO” è un giovane pubblicitario che nel Cile di fine anni Ottanta firma la campagna che porterà alla fine del regime di Pinochet. Come si è avvicinato al ruolo?
Il carattere di René era ben definito nella sua dimensione esistenziale. Io, come attore, ho dovuto trasmettere emozioni a un personaggio apparentemente non interessato alla politica, ma che si è risvegliato grazie alla politica.

“NO” ci dà qualche lezione?
Difficile parlare di lezione, ma sottolinea l'importanza della democrazia nel mondo, l'importanza della comunicazione e di mettersi in gioco con generosità, anche in contesti difficili come quello descritto nel film, in cui  Pinochet indice un plebiscito sulla sua presidenza in un clima di frode elettorale. Contro ogni probabilità, il protagonista  crea una campagna per fare vincere l'opposizione e liberare il paese. Questo ruolo mi è piaciuto davvero molto, perché è carico di speranza.

Politicamente è un film importante?
Quella della democrazia e la battaglia più importante di tutte, quella da vincere. Ma la democrazia e la vera politica si costruiscono giorno dopo giorno. Anche con l’arte, non solo attraverso il cinema.

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