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CANTONE
30.09.2015 - 18:000

“Dobbiamo diminuire il costo della vita in Ticino”

Intervista a Rivo Cortonesi, candidato al Consiglio nazionale per “I Liberisti”

LUGANO - Rivo Cortonesi è l’unico candidato al Parlamento federale per I Liberisti. L’ingegnere 65enne di Vezia corre per un posto in Consiglio Nazionale. Il rappresentante ticinese del liberismo ha risposto alle 8 domande che abbiamo posto a tutti i candidati in queste elezioni federali del 2015.

Lavoro: nel Mendrisiotto c'è una percentuale di frontalieri che supera il 50%. Neppure in Lussemburgo vi è una situazione del genere. Il liberismo abbinato al pragmatismo e all'utilitarismo tipicamente elvetici non rischiano di essere controproducenti per il nostro Cantone?

“Il liberismo riconosce al singolo individuo il diritto di “discriminare”, cioè di decidere come e con chi relazionarsi e come e con chi scambiare la sua proprietà privata, fisica, spirituale e materiale, secondo il principio: «ogni cittadino, da solo, in associazione o in comunità con altri cittadini, può agire come vuole se, così facendo, non aggredisce la proprietà privata altrui». Questo principio di “libertà”, indipendentemente o in concomitanza con quello che lei definisce “pragmatismo e utilitarismo tipicamente elvetici”, può essere controproducente per i cittadini del nostro Cantone solo se, nella sua applicazione, è dimostrabile che la “proprietà privata” dei residenti viene violata. Una violazione della proprietà privata dei cittadini del Cantone, potrebbe ad esempio essere data (e infatti lo è) dall’impatto dei lavoratori frontalieri con le infrastrutture stradali e dalle sue conseguenze ambientali. Non credo invece che si possa riconoscere il diritto di un residente ad avere un lavoro in Svizzera. In modo ancora più brutale e generale, perché non ci siano fraintendimenti su come la pensiamo: «Il “diritto al lavoro” non esiste: quello che esiste è soltanto il diritto alla libertà di scambio, ossia il diritto di accettare o non accettare un posto di lavoro se un altro decide di offrirlo». Mi sono permesso di citare, in tutta la sua crudezza libertaria, Ayn Rand (in assoluto la mia paladina) non tanto perché, in un rinnovato contesto istituzionale fondato sulla centralità dei Comuni, quale quello auspicato dai Liberisti, i cittadini non debbano fare tutto il possibile per creare le condizioni quadro più adatte affinché i loro figli possano lavorare, se lo desiderano, in Ticino. Ma questo obiettivo passa attraverso la concordia e la responsabilità civica di tutti gli attori in gioco. Dal punto di vista intellettuale non ha i connotati di un “diritto” e la sua legittimità non è sostenibile. Nello specifico: sono almeno tre i motivi, che potrebbero spiegare perché, nel Mendrisiotto, c’è una percentuale di frontalieri che supera quella dei residenti. La prima: trattasi di figure professionali non reperibili in Ticino, la seconda: trattasi di persone che, a parità di preparazione professionale, sono più performanti dei residenti, la terza: costano meno. Sinceramente non ho sufficienti elementi per esprimermi sulla prima e seconda ipotesi. Sulla terza ho meno dubbi: sicuramente pesa molto la componente costo, acuita dalla crisi economica. Più la crisi economica imperverserà più è possibile che questa quota parte di frontalieri aumenti. C’è un solo modo per arginare questo fenomeno: adoperarsi perché il costo della vita in Svizzera diminuisca. La via coercitiva verso i datori di lavoro è destinata all’insuccesso. Essi non possono farsi carico, da soli, di un costo della vita che non ha eguali in Europa e la cui volata è tirata da caste privilegiate di cittadini protetti doganalmente o istituzionalmente.

Si dice che l'economia ticinese sia diventata più ricca dall'entrata in vigore degli accordi bilaterali. Questa ricchezza come è stata distribuita? I ticinesi sono più ricchi di prima?

“L’economia ticinese ha avuto un ottimo sviluppo finché la bolla economica di cui hanno goduto tutti i partners commerciali della Svizzera, esplosa poi nel 2008, era in fase di dilatazione. Se ricordo bene, negli Stati Uniti, i risultati finanziari della quasi totalità degli attori economici furono, fino al 2007, così soddisfacenti, che si formò persino un “Comitato per il prolungamento dell’anno 2007”. Dopo l’esplosione della bolla (la goccia che fece traboccare il vaso fu l’esplosione del debito privato immobiliare USA) l’economia svizzera ha potuto contare su tassi di interesse tenuti artificialmente bassi, soprattutto a sostegno del mercato immobiliare, che hanno permesso di rendere meno acuti gli effetti della crisi negli anni a seguire, e, senza ombra di dubbio, sull’eliminazione degli ostacoli al commercio, conseguenti alla stipula degli accordi bilaterali, di cui la nostra performante industria di esportazione ha saputo approfittare. È comunque molto difficile stabilire quale quota parte della ricchezza prodotta dal 1999 (anno della stipula del primo pacchetto di accordi bilaterali) ad oggi sia merito esclusivo degli accordi bilaterali nel loro complesso (accordi bilaterali I nel 1999 e accordi bilaterali II nel 2004). La mia impressione personale è che essi abbiano giocato un ruolo prevalente più a partire dal 2008 che prima del 2008. Infatti dopo il 2008 il poter disporre di manodopera estera a basso costo ha permesso all’economia di arginare alla meno peggio gli effetti negativi della crisi. Penso anche che fino al 2007 larghi strati di categorie sociali ticinesi abbiano avuto una ricaduta positiva dall’effervescenza dell’economia. A partire dal 2008 credo invece che le cose siano cambiate e che la festa sia continuata solo per lo solite caste di cittadini privilegiati cui ho accennato prima. Ricordo infine che ai tempi in cui l’economia correva l’asticella per considerare un paese in recessione era fissata a +2% del PIL. Oggi ci si trastulla con i decimali dopo il + zero-virgola, taroccati dal SECO e dal KOF. 3) Franco forte”.

Nonostante l'allarme lanciato dal settore industriale, dal turismo e dalla vendita al dettaglio, gli studi di ricerca parlano di economia svizzera che tiene e cresce. Tanto rumore per nulla?

“Penso che l’economia svizzera non attraversi una fase di tenuta, né tantomeno una di crescita. Al contrario vedo il settore immobiliare al termine del suo ciclo espansivo e molti altri settori che arrancano. L’esplosione del numero dei frontalieri non è sintomo di un’economia che cresce. Al contrario è sintomo di un’economia che ha sempre più bisogno di manodopera a basso costo per sopravvivere. Aggiungo che non è il franco ad essere forte, ma il costo della vita in Svizzera. E il costo della vita è alto perché esistono troppi salari alti e il più delle volte immeritati, possibili solo, lo ribadisco, perché doganalmente o istituzionalmente protetti. Si spiega così perché in Germania, dove i salari sono molto più bassi che in Svizzera, così come il costo della vita, l’euro che pure è ancora più forte del franco in termini di cambio, è considerato “debole”, e i tedeschi ne sono ben felici.

Il 9 febbraio 2014 gli svizzeri hanno messo in discussione la politica del Consiglio federale in materia di migrazione. Come se ne esce?

“Gli Stati e gli accordi tra Stati creano spesso situazioni difficili, anche drammatiche, alle quali i cittadini sono poi chiamati a rispondere con le condizioni al contorno imposte dai sistemi istituzionali dei diversi paesi e non con quelle, che sarebbero invece possibili seguendo altre logiche di convivenza civile. Sia l’accordo di libera circolazione, contenuto nei bilaterali, che l’iniziativa del 9 febbraio 2014 sono eventi che impegnano “tutta” la Svizzera. Qui sta il problema. Nè l’accordo di libera circolazione, né l’iniziativa del 9 febbraio 2014 riflettono la specificità dei singoli Comuni svizzeri, con i loro particolarissimi bisogni e le loro altrettanto particolarissime realtà economiche. Lo scambio di merci, servizi e capitali non è dunque cosa da regolamentare brutalmente “a maggioranza” e nello stesso modo per tutti. Ogni Comune deve essere libero di relazionarsi come meglio crede con questo problema, che è anche opportunità. Noi optiamo per la centralità istituzionale dei singoli Comuni. A questo scopo abbiamo redatto una bozza di riforma costituzionale attorno alla quale vorremmo aprire a Berna una seria discussione con tutte le altre forze politiche. Ecco come se ne esce”.

I premi della cassa malati aumentano ancora. Fino a quando reggerà questo sistema?

“Tutti i paesi europei sono soggetti ad un’eccessiva inflazione della spesa sanitaria. Per molti versi si tratta di un fenomeno inevitabile legato all’invecchiamento della popolazione e l’innovazione tecnica e scientifica è costosa. Tuttavia questi sarebbero costi accettabili . Il problema dei sistemi sanitari nazionali è che ciascuno di essi è realizzato su di un piano uniforme e la stessa misura deve andar bene per tutti. Sul versante dell’offerta, i medici, i dentisti, i farmacisti e gli ospedali non si fanno concorrenza per averci come clienti, ma prestano semplicemente un servizio. La loro remunerazione viene imposta da un cartello (come in Svizzera) o dallo Stato, come in altri paesi. Di qua i beneficiari, di là i fornitori del servizio, facendo sì che ciascun gruppo si comporti come un branco di orsi intorno ad un vaso di miele. La concorrenza tra le diverse casse malati sarebbe “vera concorrenza” se esse potessero attingere a farmaci e servizi reperibili nel mercato internazionale, come ogni altro prodotto. In regime di monopolio medico-farmaceutico-ospedaliero i costi della salute non possono che aumentare. Fino a quando? Fino a quando ci sarà sangue nelle vene di chi, dopo aver pagata la sua cassa malati, riuscirà a pagare, con le sue tasse, attraverso i sussidi, anche quella di altri".

La Svizzera è risparmiata dal grande flusso di migranti in cerca di rifugio e prospettive di vita migliori. Ritiene necessario potenziare i controlli ai confini?

“Ritengo questo momento storico caratterizzato da una duplice concomitanza di eventi sfavorevoli: da un lato la crisi del sistema finanziario e monetario internazionale, incentrato sul binomio banche centrali e banche commerciali a riserva frazionaria, che pende sulle nostre teste come una spada di Damocle, dall’altro l’onda di ritorno di politiche occidentali scellerate in Africa e in Medio Oriente, che si manifesta con le grandi migrazioni in corso. Penso che nella nostra accoglienza dovremmo dare la precedenza alle famiglie e che potremmo farci carico, attraverso un rapporto diretto profughi-cittadini, senza l’intermediazione dello Stato, di un massimo di circa 35’000 persone da gestire congiuntamente tra parrocchie delle diverse confessioni, associazioni di volontariato e Comuni. Non so se questo sia il momento di potenziare i controlli ai confini. Non ho il polso diretto della situazione. Sono però dell’opinione che, sia per questo problema che per altri problemi che potrebbero sorgere, anche non strettamente legati al problema “migrazione”, abbiamo oggi di nuovo bisogno di un esercito forte e dissuasivo”.

La politica energetica è abbastanza o troppo coraggiosa?

“Anche in questo caso, come per la circolazione di merci, servizi e capitali, e aggiungerei anche come per la scuola, le assicurazioni sociali e la sanità, la mentalità dirigistica centralizzata ha il sopravvento sul confronto spontaneo con il mercato. I motivi sono chiari: la burocrazia statale e i politici non possono rinunciare ad inserirsi in quello che si preannuncia un ghiotto serbatoio di opportunità per i parassiti di ogni genere e specie. In realtà l’unica cosa sulla quale bisognerebbe chinarsi (associazioni di cittadini e/o di Comuni in primis) sono la formulazione e poi il rispetto delle norme di sicurezza ambientale e lasciare infine al mercato il compito di scremare le buone dalle cattive forme di produzione di energia. Il rischio è infatti quello che la longa manus delle lobbies metta le mani su incentivi e sussidi statali conferendo agli uomini dello Stato un potere sempre più grande e falsando, come accade per una miriade di altre cose, le scelte del mercato. Tutte le opzioni dovrebbero a mio avviso rimanere aperte, quindi non si dovrebbe parlare di politica energetica abbastanza o troppo coraggiosa. L’importante è che l’energia venga prodotta in massima sicurezza e con il minimo impatto ambientale. Ricordo che abbiamo almeno 1000 anni di autonomia con gli attuali combustibili fossili non rinnovabili (gas, carbone e petrolio) ed è tutto da dimostrare che il costo per rendere assolutamente pulita questa forma di produzione di energia sia maggiore di quello di investimenti massicci in energie rinnovabili molto meno performanti. 1000 anni sono tanti. Nel 2050 è previsto l’inizio di una svolta storica nel campo della produzione di energia: la fusione nucleare, energia pulita come quella del Sole. Il progresso tecnologico correrà più veloce delle pianificazioni statali, ridicolizzandole”.

Finanziamenti ai partiti poco trasparenti, rappresentanti del popolo al servizio delle lobby dei potenti dell'economia. Come rispondere a queste accuse?

“Frammentando il potere centrale in una miriade di piccoli centri di potere, i Comuni, dove un nuovo sistema di democrazia, chiamato “democrazia pura”, con precedenti storici documentabilissimi, possa ridare ai cittadini l’intera padronanza dei loro destini. Per sviluppare questo argomento dovrei prolungare un’intervista forse, per colpa mia, già sin troppo lunga e prolissa. Dovrebbe trovare il tempo di dare una lettura al CODEX HELVETICUS, la bozza di riforma costituzionale a cui ho prima accennato, scaricabile dal nostro sito www.liberisti.org, e lo stesso potrebbero fare i lettori di Ticinonline”.

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