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L'OSPITE
04.11.2016 - 11:180

I cinquantenni e il (non) lavoro

di Morena Ferrari, PLRT

Il mondo del lavoro è sicuramente il tema più caldo di questi tempi. Si parla molto del dumping salariale, di frontalieri, di disoccupazione giovanile, femminile, di conciliazione lavoro e famiglia, e altro ancora. Tutte questioni importanti su cui chinarsi e, in un modo o in un altro, si cercano soluzioni per queste categorie.

Negli ultimi anni, un altro grande tema si pone prepotentemente in questo panorama, quello dei sempre più cinquantenni senza lavoro. Nel mercato del lavoro purtroppo l’età conta moltissimo. Basta leggere le inserzioni. Si fanno tanti discorsi sul capitale umano come centralità di un’azienda, o sul fatto che l’esperienza ha un suo valore anche economico, ma a conti fatti si vedono cinquantenni esclusi senza remore, magari dopo vent’anni di lavoro nella stessa azienda, come un ferro vecchio da buttare, senza tener conto di ciò che si scatena, iniziando dal dramma psicologico. Queste persone hanno degli impegni nella vita: una famiglia da mantenere, un’ipoteca da pagare, dei figli agli studi, una vita sociale a cui si dovrà per forza rinunciare. Questo è il tema centrale da non sottovalutare perché, essendo la generazione dei babyboomer e quindi in tanti, costerà moltissimo alla società la loro esclusione dal mercato del lavoro. Ma chi e come si può aiutare questa parte della società, troppo giovane per smettere di lavorare, troppo vecchia per il mondo del lavoro? E quali sono i motivi per cui questo accade? Iniziamo a sfatare alcuni miti una volta per tutte. I cinquantenni sono meno avvezzi all’utilizzo delle nuove tecnologie rispetto ai giovani. Questa affermazione, sentita tanto frequentemente da essere diventate un mantra insopportabile, è molto lontana dalla verità. A parità di funzione, i cinquantenni di oggi vantano una buona formazione e buone competenze professionali. Infatti, essi sono coloro che hanno iniziato la loro carriera con l’era digitale e usano gli strumenti informatici come strumenti di lavoro da oltre venti anni. Non è smanettando con il cellulare che significa saper usare le tecnologie necessarie sul posto di lavoro. Non si lavora con il cellulare o con i social network!

Un altro mito da sfatare è quella di una generazione che per mille motivi, non è riuscita a tenere il passo con una società che è cambiata velocemente in pochissimo tempo. Ebbene, più che tenere il passo con i tempi, vi è un disorientamento che vale per tutti. Purtroppo viviamo in una società frammentata, che non corre più su direttrici facilmente riconoscibili, ma che ci chiede ogni giorno di accelerare e imboccare una nuova direzione. E’ una cosa faticosa per tutte le generazioni di oggi, giovani e meno giovani. Quindi, e senza ipocrisia, diciamolo: si tratta quasi sempre di una questione economica, perché questa categoria è troppo costosa, soprattutto in termini di oneri sociali. Sarebbe però sbagliato mettere le generazioni a confronto e in conflitto. La connotazione positiva correlata all’anzianità deve prevalere sugli aspetti negativi. La maturità è spesso garanzia di collaborazione duratura, di maggiore attaccamento all’azienda, di capacità di assumere il lavoro con responsabilità ed attenzione. Il giovane è più suscettibile al cambiamento e l’introduzione di un nuovo collaboratore costa molto. Inoltre, il trasferimento delle conoscenze implicite alle giovani generazioni è fondamentale. Perché, come dice un vecchio proverbio Masai, “il giovane cammina più veloce dell'anziano, ma l'anziano conosce la strada”!

Infine, il prolungamento della vita attiva come ricetta per affrontare le sfide pensionistiche future sono in netta contraddizione con quanto il mercato del lavoro sta imponendo. E’ quindi necessario cambiare i paradigmi. Per risolvere questo problema, che prima di tutto è di natura etica, oltre alla sensibilizzazione è necessario intervenire sull’enorme divario di contribuzione pensionistica tra giovani e meno giovani, con una migliore o diversa solidarietà intergenerazionale. Inoltre, bisogna avviare all’interno delle aziende una politica di gestione delle risorse umane sostenibile in termini di equilibrio di funzioni, genere ed età, anche nell’assunzione.

Una società moderna, concorrenziale, innovativa, al passo con i mutamenti del mercato deve passare anche attraverso la ricerca di un equilibrio sano nel mondo del lavoro. Oggi parliamo di persone che con onestà, lealtà e sacrifici hanno contribuito a fare le fortune del nostro Cantone. La collettività, intesa come azienda, Stato e cittadino, non possono e non devono voltare loro le spalle.

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