NEW DELHI - Oggi, come 17 anni fa, le donne indiane di Bhopal sono di nuovo in marcia per protestare contro il governo indiano che, dopo oltre ventuno anni dal più grande disastro ambientale del mondo, ancora non ha reso giustizia alle vittime.
Settacinque donne, 30 uomini e 12 bambini hanno iniziato ieri una marcia di protesta, "padyatra" come si chiama in hindi. Come 17 anni anni fa, partendo da Bhopal si dirigono a piedi verso New Delhi, attraversando due stati e percorrendo oltre 900 km. Impiegheranno 33 giorni per arrivare nella capitale, dove protesteranno contro il governo e si ciberanno solo delle offerte delle persone lungo il tragitto, le stesse dalle quali si aspettano accoglienza.
Più di vent'anni di attese, la fiducia mal riposta nelle promesse delle autorità, risarcimenti mai arrivati (se non in minima parte) hanno esacerbato gli animi della gente. Dal 1989, anno della prima marcia, ad oggi poco è cambiato, se non la consapevolezza della gente di essere stata dimenticata e abbandonata. Nel 1989 il gruppo di donne che per primo si mise in marcia da Bhopal non sapeva esattamente dove si dirigeva nè in quale direzione occorresse andare. Allora come oggi chiedevano al governo centrale gli strumenti essenziali per poter vivere: acqua pulita da bere e suolo decontaminato. Se possibile, anche i risarcimenti promessi, stanziati e mai erogati.
Un'iniziativa che però in India sembra destinata a rimanere nell'ombra. Oggi nè la stampa nè le televisioni hanno fatto menzione dell'evento. Tutti sembrano aver dimenticato Bhopal, i suoi morti, e la tanta gente che ancora oggi soffre per le conseguenze ambientali derivanti da quel disastro.
"È assurdo - racconta all'Ansa Javier Moro, autore, insieme a Dominique Lapierre, del libro Mezzanotte e Cinque a Bhopal, con i proventi del quale hanno costruito un ospedale a Bhopal per i sopravvissuti - che nessuno si interessi della marcia, come èassurdo che dopo 21 anni i cittadini di Bhopal non abbiano ancora acqua decontaminata da bere".
Nel teatro del più grande disastro chimico del mondo, nonostante il tempo passato e le promesse, le falde acquifere sono altamente contaminate, l'incidenza di malattie, soprattutto tumorali, è molto più alta che in qualsiasi altra parte del Paese. Ancora oggi sono centinaia i bambini che nascono malformati o con menomazioni e il governo non ha mai pianificato nessuna bonifica dell'area, nè realizzato strutture ospedaliere o di riabilitazione. Soltanto grazie all'appoggio di ONG e volontari di tutto il mondo, la gente di Bhopal ha ottenuto assistenza.
A Bhopal non esiste famiglia che a causa della tragedia che si abbattè sulla città dell'India centrale la notte tra il 2 e 3 dicembre 1984, non abbia perso un familiare o patito delle malattie. Secondo le stime accreditate, 8.000 persone morirono immediatamente e altre 12.000 in seguito a causa delle conseguenze di quel disastro. I 500.000 sopravvissuti sopportano oggi ancora le conseguenze di quella terribile tragedia.
Ma i dati ufficiali non sono mai stati resi noti e non è stato possibile fare una stima. Il problema è anche che la Union Carbide, oggi Dow Chemical, l'azienda proprietaria del sito (i cui dirigenti, condannati, non sono mai stati arrestati e vivono tranquillamente negli Stati Uniti) non ha mai rivelato la esatta composizione del gas che era conservato nei depositi della fabbrica e che si sprigionò quella notte provocando la strage, per cui le cure successive ai sopravvissuti e i tentativi di decontaminazione sono risultati vani perchè non specifici.
E il disinteresse politico prende anche la strada del razzismo. Il governo locale della città è a guida BJP, il partito nazionalista hindù. Le poche risorse di acqua non contaminata sono state dirottate soltanto verso la popolazione induista, come ha denunciato Javier Moro, mentre le migliaia di abitanti dei compound che circondano la fabbrica abbandonata vivono in territorio altamente contaminato e utilizzano acqua molto inquinata.
L'anno scorso il governo di New Delhi aveva deciso di cominciare a bonificare il terreno nei dintorni della fabbrica. La notizia fu accolta con favore da Greenpeace e dalle altre ONG che si occupano del sito del disastro, ma dovettero tutti ricredersi in quanto l'India non permise loro di partecipare o assistere alle operazioni. Che, secondo quanto si legge nei rapporti di Greenpeace, non hanno portato a nulla.