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06/04/2017 - 14:29

Banche come «pentole a pressione» a rischio di esplosione

Luci puntate sulle banche. Uno studio evidenzia una rottura sempre più netta fra la direzione e gli impiegati. Stress e burn out. Ma l'UBS contesta le conclusioni

TiPress
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ZURIGO - Il titolo dello studio non è allettante. Recita più o meno così: «Come il rischio umano può provocare una distruzione di valore nei servizi. Uno studio esplorativo sullo stress sul lavoro nel settore dei gestori patrimoniali svizzeri». Più interessanti invece le conclusioni dello studio realizzato da tre professori e un responsabile della gestione del rischio bancario, i quali si sono chiesti cosa spinge gli impiegati a tradire il proprio datore di lavoro vendendo dei dati.

«La nostra banca è come una pentola a pressione. Aumentiamo regolarmente la pressione senza sapere quando esploderà», spiega una delle 35 persone che hanno accettato di partecipare allo studio effettuato fra il 2013 e il 2014 in diverse banche private romande.

Toni rudi - Le testimonianze mostrano una rottura fra la direzione e gli impiegati. I toni sono rudi e le espressioni colorite. «Espressioni come “stai zitto!” sono routine», sottolinea un direttore del personale. Un gestore di rischi patrimoniali racconta invece come dei collaboratori troppo spesso in malattia vengano licenziati senza rispettare i termini imposti dalla legge.

Sete di vendetta - L’individualismo produce «una cultura d’impresa tossica», sostiene un gestori di rischi umani, una funzione sempre più presente in numerose banche. «Ormai gli impiegati insoddisfatti hanno sete di vendetta», spiega un consigliere alla clientela. «Il sistema bancario svizzero è diventato disumano», conclude un altro. Questi atti di vendetta assumono le forme più diverse, dal furto di dati a manipolazioni contabili, che siano a livello dei conti interno, dei clienti o dei salari. O ancora l’imposizione alla clientela di costi ingiustificati e di commissioni inesistenti.

Collaboratori spremuti - Le condizioni sono cambiate dopo il fallimento della banca Lehman Brothers. Alcuni clienti hanno ritirato parecchi fondi, i margini sono crollati e i costi di controllo sono aumentati su pressione delle autorità. «I collaboratori vengono sempre più sollecitati», spiega un gestore di rischi patrimoniali. «Viene chiesto sempre di più senza dar loro niente in cambio. Certi colleghi sono addirittura svenuti in ufficio». Secondo gli autori dello studio, tocca alla direzione rompere questo circolo vizioso del risentimento e della vendetta, raccomandando di ridurre la pressione sui dipendenti e aumentare la soddisfazione al lavoro.

UBS contesta le conclusioni - Le banche sono coscienti del problema. Pictet a Ginevra accorda al dossier «grande importanza», KPMG conferma che i risultati dello studio corrispondono alla loro esperienza. Solo UBS ne contesta le conclusioni, dicendo che non c’è un legame fra volume di lavoro e frodi, che è «motivata da un’energia criminale, con cause complesse e non unicamente dovute al carico di lavoro». Con solo 35 interviste, UBS critica inoltre la validità dello studio, che non sarebbe rappresentativo. Al contrario, riconosce il legame fra stress e burn-out. «Può essere che una pressione troppo grande e una mancanza di soddisfazioni sul lavoro possano causare malattie legate allo stress. UBS cita inoltre un sondaggio del 2016 nel quale «la maggioranza dei collaboratori giudicano che la banca offra un ambiente di lavoro positivo con un equilibrio fra lavoro e vita privata.

Un ambiente difficile - La direttrice dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca (ASIB) Denise Chervet conferma che la pressione sul lavoro è un problema in numerose banche, alla quale si aggiungono esigenze di produttività, una minor riconoscenza, competenze ridotte e maggior precarietà. Denise Chervet sottolinea anche che la cultura d’impresa è importante per impedire dei comportamenti criminali. «Se i collaboratori non si identificano nella banca per cui lavorano, non si sentono in dovere di denunciare i casi di frode».


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