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L'OSPITE

26/05/2012 - 07:02

CPC Mendrisio, una realtà di cui si parla troppo poco

Marin Mikelin, membro del Comitato Cantonale del Partito Comunista





Le recenti rivendicazioni della sorella di un paziente del CPC di Mendrisio non possono lasciare indifferente l’opinione pubblica così come non vi dovrebbe essere silenzio da parte della politica e dell'amministrazione cantonale.

Non è la prima volta che vengono sporte pubbliche accuse verso i metodi e le inadeguatezze strutturali della clinica psichiatrica cantonale e facilmente si possono raccogliere testimonianze di chi, per un motivo o per l’altro, è stato costretto a soggiornare in questa struttura.

A quanto pare le contenzioni vengono messe in atto non di rado nel padiglione Adorna e questa misura viene utilizzata anche quando apparentemente non é strettamente necessaria.
Gli avvenimenti che illustrerò hanno avuto luogo nel 2010. Uno di questi, in particolare, denota come sia facile rischiare di venir legati al proprio letto.

Una ragazza appena giunta nella struttura si rifiuta di ricambiare il saluto di un dipendente della clinica il quale tentava di porgerle la mano. A quel punto si nota che il personale da inizio alla procedura di contenzione preparando i lacci. Solo l’intervento di una dottoressa, la quale si è intrattenuta a parlare con la nuova arrivata all’interno della camera ad essa destinata, ha evitato la messa in atto di tale pratica verso chi in quel momento non era di pericolo né verso se stesso né verso terzi.

Ai ricoverati ed ex pazienti la procedura è ben nota: fra grida e urla di dissenso il/la paziente viene portato/a nella propria stanza e di seguito altri dipendenti li raggiungono con il materiale necessario alla contenzione. Il paziente viene poi lasciato immobilizzato anche per vari giorni durante i quali non viene slegato neppure per mangiare e - mi domando - in che modo possa quindi in questo lasso di tempo adempiere ai suoi bisogni corporei.
Oltre che a creare rabbia su chi viene messa in atto tale misura, anche gli altri pazienti ne vengono toccati e turbati: le urla si propagano facilmente in tutto lo stabile lasciando insonni i più deboli e segnandoli nello stato d’animo, all’interno di un contesto di per se già difficile da sopportare.

Ma non solo le contenzioni macchiano l’immagine di queste struttura; il personale non è esente da comportamenti non professionali e delle volte anche poco umani.
Fra i casi più gravi ci sono quelli di infermieri che si rifiutano di aiutare i pazienti quando essi realmente lo necessitano. Chi chiedeva aiuto ad un infermiere perché difficilmente riusciva a camminare si è visto rispondere «Vai cammina! Non mi prendere per il culo! Non ti aiuto».

Come in ogni struttura ospedaliera, anche al CPC nelle camere e nei bagni vi sono dei pulsanti che servono ad allertare il personale in caso di bisogno, questi però non sempre vengono presi in considerazione.
Una infermiera, per esempio, si è rifiutata di aiutare un ospite con disturbi motori a sollevarsi dal gabinetto proibendo anche ad un apprendista di intervenire. Ci è voluta mezz’ora affinché un terzo dipendente aiutasse la persona in questione ad abbandonare il bagno.
Sempre nell’ambito dei bisogni personali c’è chi si è visto negare aiuto per la pulizia del corpo: «Non mi spaccherò mica la schiena a trent’anni per aiutarti» è stata la risposta in questo caso. Chi poi troppo insiste ad utilizzare il pulsate di richiesta - questo sempre secondo la valutazione del personale - se lo vede disattivare, venendo così abbandonato a se stesso.

Dalle contenzioni all’illegittima negazione di aiuto, giungiamo alla carenza di igiene.
Mi viene raccontato che un paziente si è visto servire un medicamento da diluire in acqua mescolato davanti ai suoi occhi con l’utilizzo della stessa bustina del farmaco arrotolata. Al doveroso reclamo per tale comportamento la risposta fu: «Purtroppo qui non abbiamo un servizio d’argento».
Un altro esempio è quello di un’infermiera intenta ad eseguire un prelievo di sangue con vari anelli sulle dita. In questo caso la domanda della pazienta è stata «Ma è in grado di lavorare adeguatamente con tutti quegli anelli?» e la risposta in questo caso fu «Sei gelosa? Vorresti poter avere anche tu questi bei anelli!».

Ultimo caso, e dopo non vado oltre, è quello della prima notte di un paziente appena dimesso dal reparto di cure intense dopo un tentato suicidio. Trasferito alla clinica psichiatrica cantonale accusava ancora forti dolori dovuti alle varie fratture. Alle sue lamentele si sono presentati un infermiere ed un’infermiera dei quali il primo si è rivolto nel seguente modo: «Stai zitto e buono! È solo colpa tua se ti ritrovi così! Chi mai ti ha detto di buttarti?».

Quello che emerge é uno scenario di abuso di potere, mancanza di professionalità e di umanità, carenza di personale e di strutture. Non é mia intenzione fare un discorso generalizzato che colpisca tutto il personale, ma é certo che chi assume certi comportamenti non merita di operare nell’ambito della sanità, sia essa pubblica o privata.
Questi problemi non colpiscono solo la clinica psichiatrica cantonale (CPC) di Mendrisio ma si ritrovano anche all’interno delle cliniche psichiatriche private, dove emergono altri casi di carenza di professionalità da parte del personale.

Servirebbe dunque maggiore controllo su queste strutture attraverso l’intervento del cantone e dei sindacati, i quali devono agire sia per tutelare gli interessi dei pazienti, sia per evitare un'esagerata pressione sulle condizioni di lavoro degli infermieri, la cui maggioranza siamo sicuri sia composta dei seri professionisti.
Pazienti, dei famigliari e il personale che svolge in suo lavoro in modo giusto e dignitoso devono mobilitarsi e denunciare chi non è in grado di svolgere con professionalità il proprio impiego, comportandosi in modo arrogante e presuntuoso verso i pazienti.
 

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