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L'OSPITE

02/08/2015 - 06:00

"Auguri Svizzera"

Marco Romano, consigliere nazionale PPD

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Auguri Svizzera! Sono passati 724 anni dalla sottoscrizione del patto del Grütli e sono 167 anni che ti conosciamo nella forma moderna. È una frase d’obbligo il 1° d’agosto, ma vorrei cominciare questa mia riflessione proprio partendo da questo ringraziamento, che immagino sia condiviso da tutti i presenti. Il mio non sarà un discorso teorico, storico o commemorativo.
Nel giorno della Festa nazionale si festeggia, onora e ringrazia la Svizzera. Il resto dell’anno è quindi lecito parlarne male in continuazione? Lamentarsi? Disinteressarsi? Deplorarne gli sviluppi? La Svizzera è così in crisi e “messa male” come si sente e legge in maniera sempre più diffusa? Permettetemi questa provocazione iniziale, la mia risposta è un NO molto secco!

Sono preoccupato, molto preoccupato. Il crescente atteggiamento negativo e distruttivo nei confronti del Paese, diffuso in fasce differenti della popolazione, sul lungo periodo è a mio giudizio molto negativo. Non lo nego, ci sono problemi reali e talvolta acuti. Ognuno di noi vive difficoltà e conosce la sofferenza. Abbiamo paura della disoccupazione. Il presente non è per forza come il passato, il futuro non sarà per forza uguale al presente, in Svizzera come in ogni angolo del mondo. È lecito avere preoccupazioni e manifestarle, ci mancherebbe.
Sembra però che ogni colpa ricada sullo Stato e su chi si occupa della cosa pubblica. La democrazia rappresentativa e semidiretta Svizzera, con i diritti di iniziativa e di referendum e il
costrutto federalista (Comune-Cantone-Confederazione) permettono una partecipazione attiva di tutta la popolazione che non ha eguali nel mondo. Siamo in democrazia, una volta si è con la maggioranza, la volta seguente si può perdere. Non vi sono comunque solo le istituzioni e lo Stato.

Viviamo in un Paese con una radicata libertà economica che sfocia nell’imprenditorialità, la volontà di creare e dare lavoro. Vi è la società civile. Vi è l’associazionismo, il dedicare in maniera volontaria del tempo alla comunità. Vi è un diffuso senso di responsabilità sociale nei confronti dello Stato e del prossimo. Vi è infine una sfera privata tutelata e libera. Il modello svizzero è vincente!

Spesso il 1° di agosto ci si chiede cosa unisca la Svizzera; perché esistiamo e quali sono gli elementi della nostra identità. Quale deputato alle Camere ho il privilegio di confrontarmi con varie realtà del Paese. Capita spesso di chiedersi cosa abbiano in comune un banchiere ginevrino, un contadino della campagna appenzellese e un artigiano ticinese. Sono tutti e tre svizzeri, sentono e vivono un’identità e dei valori svizzeri, ma sono profondamente diversi: dalla lingua, alla cultura, senza contare lo stile di vita e la visione della società.

Personalmente vedo però un elemento chiave che li accomuna: tutti e tre hanno un destino comune legato alla Svizzera. Il loro futuro è indissolubilmente connesso all’evoluzione della
Svizzera. Paese al quale sono legati e del quale possono e devono determinare presente e futuro. Lo stato del Paese determinerà la loro esistenza. Siamo Svizzeri, dobbiamo essere fieri di esserlo – non solo oggi ma tutto l’anno – e ricordare che siamo tutti uniti da un destino comune. Dove andrà il nostro Paese determinerà la mia, come la vostra, vita. Guardando al locale, il domani del Mendrisiotto e quindi la nostra vita dipende dalla sua comunità locale, che si impegna nel proprio comune, che partecipa attivamente e passivamente alla vita politica, che fa impresa e che si dedica al volontariato. L’agire del singolo, sia privato sia pubblico, determina lo sviluppo di un Paese; partendo dal Comune, passando al Cantone e arrivando alla Confederazione. Non solo in Svizzera, ma nel nostro Paese ha un valore particolarmente rilevante e profondo. È uno dei motivi forti per cui ci siamo uniti e per cui dobbiamo stare uniti!
Siamo una Nazionale che – a partire da quel simbolico 1291 – sta insieme per volontà. Nel solco di quella solenne promessa di mutuo sostegno e soccorso, credo che anche oggi dobbiamo renderci conto che il futuro del nostro Paese è nelle mani di tutti noi. Dal Comune, passando per il Cantone, fino alla Confederazione – dove ho l’onore di rappresentare il nostro Mendrisiotto – è data la possibilità di attivarsi direttamente; di metterci del proprio nel rispetto delle regole. Questa è un’unicità Svizzera e questo è a mio giudizio un elemento chiave per riuscire a gestire il presente. Ogni generazione afferma “non è più come una volta”, gli anni ‘70/’80/’90 vissuti dalla maggioranza di voi presenti questa sera non si ripeteranno e non si sarebbero mai potuti ripetere. Non è mai successo nella storia, è utopia. Il tempo scorre e la realtà muta. È giusto guardare al passato, riflettere e imparare. Ma attenzione, ogni momento storico è unico e non riproducile in maniera uguale. Riflettiamo un momento, 70 anni fa finiva la seconda Grande Guerra, era il 1945, non secoli fa. Oggi la Svizzera sta meglio di allora? A inizio ‘900, poco più di 100 anni fa il Ticino era un Cantone poverissimo, le famiglie del Mendrisiotto attraversavano gli oceani in cerca di fortuna, di una vita migliore. Oggi il Ticino sta meglio di allora? Il domani, tocca a noi disegnarlo.

Guardiamoci attorno, vi è crisi economica e sociale, poco oltre vi è guerra e miseria. Non è motivo per non affrontare le nostre difficoltà, ma è d’obbligo inserirle in questo contesto. È evidente che viviamo le conseguenze di queste situazioni, non siamo un’isola lontana e impermeabilmente separata da tutto e da tutti. Sono tuttavia convinto che la struttura e il funzionamento del nostro Stato siano un elemento chiave per evitare le derive di cui leggiamo e vediamo. Pensando al destino comune che ci lega, smettiamola di lamentarci e impegniamoci al fronte. Ognuno, nel proprio ambito, nella propria quotidianità può fare qualcosa di positivo per la Svizzera. Siamo onesti con noi stessi, lamentarsi non porta a molto. La burrasca economica, sociale, e ora di sicurezza, attorno a noi è molto preoccupante. Abbiamo i mezzi per continuare il percorso di successo svizzero, abbiamo gli elementi per trovare soluzioni ai problemi risolvibili e per gestire le difficoltà create da problemi che non dipendono direttamente da noi. Quest’ultimo è anche un elemento importante, evidenziamolo, non esistono soluzioni semplici. Talune problematiche, direi sfide di dimensioni internazionale (penso ad esempio alla migrazione) possono essere solo gestite e non risolte totalmente dalla sola Svizzera.

A livello istituzionale – faccio riferimento soprattutto al Governo federale, all’Amministrazione e a numerosi parlamentari di altri Cantoni – ci vogliono certamente un pizzico di coraggio e di autostima in più. Maggiore determinazione nell’agire e fermezza nel difendere le nostre posizione e i nostri atout. Essere costantemente remissivi a lungo termine nuoce al destino comune e intacca l’identità comune. Se uno Stato vicino convoca il nostro ambasciatore per lamentarsi di una semplice misura amministrativa, bisogna reagire con fermezza, invitandolo a “rendersi conto della trave che c'è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio altrui”. Prima di criticare il nostro agire, l’Italia metta mano ai vari dossier che languono da anni, direi decenni, nei cassetti di Roma.

Sono nato, cresciuto e vivo nel Mendrisiotto. Nel futuro prossimo voglio crescervi la mia famiglia. Amo questa regione e a Berna ripeto, quasi annoiando chi mi ascolta, che il Ticino non finisce a Lugano. Che oltre il ponte diga, e prima dell’Italia, vi è ancora una regione viva e fiera di essere Svizzera. Una regione che proprio a causa della posizione geografica è esposta a sfide che non sono uniche, ma che sono acute. Una regione che chiede maggiore attenzione proprio perché fieramente svizzera si sente legata e partecipe del destino comune del Paese.


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