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04/10/2017 - 11:00

Troppo giovani, troppo vecchi: ecco i malati di noia ticinesi

Boreout: una vera e propria patologia, che degenera fino alla depressione, causata dalla noia sul lavoro. Colpisce sempre di più chi è sottovalutato perché in là con gli anni o senza esperienza

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LUGANO - I sintomi sono del tutto simili a quelli del burnout. «Stanchezza, senso di frustrazione, poca voglia di alzarsi dal letto e cominciare la giornata. Depressione. Con il tempo subentrano disagi fisici». Anche il nome è quasi uguale: boreout. Le cause, però, sono esattamente opposte. Ad affacciarsi piano piano negli uffici, del mondo e del Ticino, è la patologia più nuova di chi è gravato non da carichi di lavoro eccessivi, ma troppo modesti, che generano prima noia, poi malattia. 

Fenomeno in aumento, ma non lo ammettiamo - Un malessere che le vittime non riescono a definire, anzi riconoscono a stento, relegandolo alla sfera delle insoddisfazioni personali che fanno parte del gioco e della vita. Ma «il fenomeno esiste: ce ne stiamo accorgendo attraverso i colloqui», riconosce Simona Mazzuchelli, consulente del lavoro alla Luisoni di Lugano, che quando ha cominciato ad averne percezione se n'è fatta parte in causa e ha cominciato ad approfondire il tema e consultare libri, per provare a dare una risposta adatta a chi si presentava da lei lamentando - più o meno inconsapevolmente - noia. «Sono persone che si sentono al posto sbagliato o sottodimensionate. La prima conseguenza è la demotivazione». 

La crisi "incentiva" la noia - Da lì a diventare sofferenza, il passo oggi è più breve di quanto fosse un tempo: quando c'era il coraggio di fermarsi prima che la situazione degenerasse; l'opportunità di andarsene, cambiare. Adesso invece c'è l'ansia, la paura; ci sono le difficoltà occupazionali che spaventano: e si finisce col tenersi bene stretto quello che si ha, anche se non piace. «La crisi ha incentivato il boreout, che si nota soprattutto nelle persone più qualificate, che hanno investito molto nella loro formazione ma poi si accontentano di ruoli minori, pur di non restare senza niente».

Più esposti negli apparati statali - Nessuna professione più esposta di altre; casomai tipologie di individui, anche in questo caso estreme. «È più facile che capiti negli apparati statali. Non voglio dire che il pubblico sia più a rischio, ma ho notato forme di bureout più spesso in quegli ambienti, che si tende a non lasciare perché sulla carta offrono più sicurezze».

Relegati ai margini perché over 50... - Come quell'uomo, ricorda, che aveva superato i cinquanta, ormai vicino alla pensione. «A volte l'età diventa un pregiudizio. Il datore di lavoro considera meno dinamico o capace di innovazione chi è in là con gli anni e lo relega a pochi compiti meno impegnativi. La persona a quel punto si sente messa in secondo piano, poco apprezzata, inizia a soffrirne». 

...oppure perché manca l'esperienza - Ma il "male" è anche fra i giovani, magari con tante qualifiche e certo con poca esperienza. «Mi è capitata una ragazza che svolgeva un lavoro d'ufficio puramente esecutivo e poco remunerato, nonostante avesse laurea, master e ottima conoscenza delle lingue. Si era adattata a un posto che non la gratificava». O, perché no, caso sporadico ma non impossibile, l'operaio che ha studiato per fare altro.

Il 18% ha «poco da fare», ma a star male è il 36% - «La noia può avere due dimensioni. Una quantitativa, l'altra qualitativa. Anche svolgere attività che sono "modeste" nel senso non della mole, ma dell'importanza, costretti a mansioni ripetitive e poco stimolanti, logora l'individuo». Così, in Ticino, solo il 18% ammette di «avere poco da fare», ma il 36% giura di «non sentirsi valorizzato e annoiarsi».

«Il rischio bornout però resta più alto» - Gli unici esenti, in teoria e per ovvi motivi, sono i lavoratori cui è richiesta massima flessibilità, che alternano periodi piena a periodi di magra. «Indipendenti, freelance, persone impegnate in attività che non garantiscono continuità». È un po' il paradosso della storia: mentre il lavoro atipico prolifera, la sindrome da boreout, descritta per la prima volta nel 2007 nel libro mai tradotto in italiano di Philippe Rothlin e Peter Werder "Diagnose Boreout - Warum Unterforderung im Job krank macht", inizia a venire riconosciuta, solo adesso. «Forse abbiamo semplicemente cominciato a dargli un nome», suggerisce Simona Mazzuchelli, secondo cui però «resta più alto il rischio di bornout».

Digitalizzazione, automatizzazione: e la noia cresce - Ma le prospettive discusse e discutibili di un futuro professionale fatto di disponibilità estrema, niente orari fissi e un lavoro dipendente che è eccezione, non più norma, non uccidono sul nascere il boreout. Al contrario: «L'automatizzazione delle attività è destinata sì a cancellare i lavori più monotoni, affidati alle macchine, ma anche a rendere quelli che restano più "vuoti", dunque noiosi».

Stufi di essere insoddisfatti o viceversa? - Come se ne esce? «Molto dipende dai superiori, ma anche parlare aiuta, offrirsi per svolgere altri compiti, proporsi per nuovi progetti. L'importante è non perdere il senso della realtà. Succede anche questo, quando si tende a concentrarsi solo sugli aspetti negativi». Attitudine da scongiurare, per non cadere in quella pericolosa situazione dove il serprente si morde la coda. Si lavora poco perché si è insoddisfatti o si è insoddisfatti perché si lavora poco? Difficile isolare causa-effetto: «A volte può sembrare che una persona è pigra, ma magari indolente lo è diventata, a forza di sentirsi sottodimensionata e non trovare stimoli». 

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2 commenti da TIO
Lucauno - 4 Ottobre alle 14:53
Di solito quelli che si annoiano sono delle persone noiose.

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8 commenti da FACEBOOK
Giusy Nello Spazio - 4 Ottobre alle 17:09
Se vi annoiate fatevi un giretto in Libia o in posti di guerra, la noia passa subito, assicurato.

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