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LUGANO

11/04/2014 - 07:00

Joe Colombo torna alle origini: "Mi dicevano punta sempre in alto"

Dal Ticino all'America: il chitarrista celebra i 20 anni della scuola dove ha cominciato

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LUGANO - Chitarrista blues, compositore e concertista nato in Ticino, prima di approdare in America e di suonare nel mondo, dal 2005 al fianco del cantante americano Terry Evans. Così esaustivo e scarno, il biglietto da visita di Joe Colombo dice tutto ma anche niente. Per esempio, non fa parola di una formazione cominciata alla Scuola di musica moderna di Lugano. Ci tornerà questa sera, ex allievo chiamato a celebrare i vent’anni della Smum.

 Joe, un ritorno alle origini?
"Ho fatto un paio di semestri alla Smum tanti anni fa, quand’ero adolescente. Mi ha fatto piacere che si ricordassero di me".

Ti aspettavi l’invito?
"Ero sorpreso e felice. Per la Smum suono volentieri".

Ti senti debitore?
"Il mio percorso è stato lungo e differente: ma del mio maestro ho un bellissimo ricordo".

Ce lo racconti?
"Studiavo chitarra con Giorgio Meuwly. Un giorno mi disse: se vuoi arrivare, devi puntare sempre più in alto dell’obiettivo. Se punti al 7 arrivi al 6, al 6 arrivi al 5. La vita toglie sempre qualcosa".

Il tuo numero?
"Puntavo in alto. Basta. Tentavo di copiare non dai bravi, ma dai molti bravi".

La vita cosa ti ha tolto?
"Beh, non sono diventato Eric Clapton…".

Uno dei tuoi modelli?
"Sopra tutti, quando ho cominciato suonare. Ma anche Bob Dylan, prima di cominciare. E ce ne sono altri".

Immaginavi di arrivare fin qui?
"Certo che no. Ma io non mi sento arrivato da nessuna parte. Sono sempre in cerca di cose nuove".

Adesso cosa stai cercando?
"Musicalmente, si prova sempre a evolvere, a trovare nuove strade. Con gli anni si cresce, crescono le proprie conoscenze, si ascoltano artisti che in passato magari non interessavano. E così che si trova la via".

Il primo passo qual è stato e quando?
"Il flauto a scuola vale? Confesso: ero già grandicello. Dodici anni: mi regalarono una chitarra. Fino a quel momento non avevo mai pensato davvero alla musica. Ero timido, introverso. La musica mi ha aperto. È stato un percorso naturale, ma non ovvio".

Da piccolo che mestiere volevi fare?
"Questo. Sono sempre stato testardo. Ho investito tutto, ho provato in varie direzioni: le prime esperienze come autodidatta, la Smum, poi l’America".

Perché hai deciso di lasciare la Smum?
"La verità? Il blues e la musica americana mi affascinavano da sempre. All’inizio uno si affida a ciò che ha intorno. Poi sceglie. Il jazz l’ho sempre ascoltato, ma non sono mai riuscito a suonarlo. La mia strada era il blues. Così sono partito per l’America. Ho seguito la mia strada".

Che ti ha riportato indietro.
"Già. Ma poi la musica ti porta in giro per il mondo. Del resto il Ticino per un musicista è piccolo. Poi è anche una questione di soddisfazione personale. Ogni anno ci torno per un paio di mesi. Vado in tour con Terry Evans, il corista di Ry Cooder e Eric Clapton".

Mai pensato di trasferirti?
"Eccome. Stavo per farlo. Ma qui ho dei figli. Il più grande ha preso la strada dello sportivo d’elite. I due piccoli frequentano ancora l’asilo".

Di musica si vive?
"È difficile, a meno che tu non sia una star a livello mondiale. Io non ho mai mollato, vivo di musica, ma non è da tutti. Servono tanti sacrifici. E una donna che sappia capire il tuo mondo".

L’hai trovata?
"Mi sono separato due volte".

Chi senti di dover ringraziare?

"La famiglia che mi ha sostenuto. Terry Evans".

Dell’America cosa porteresti in Svizzera?

"L’approccio nei confronti della musica. Là è parte integrante della vita, della cultura. Qui il musicista tende a essere un’eccezione, una persona in qualche modo particolare, diversa. L’altra sera ho rivisto un video in cui suonavo in un club di Chicago. All’ingresso c’era scritto: “Blues dal vivo 7 giorni su 7, 356 giorni all’anno”. Mi spiego?".


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