Bollettieri fa le pulci ai tennisti: "Solo i primi 163 al mondo riescono a vivere di questo sport"

Il celeberrimo allenatore statunitense ha fatto i conti in tasca ai big, provando a spiegare la crisi dei suoi connazionali
BRADENTON (USA) – “Solo i primi 163 giocatori al mondo riescono a vivere di tennis”. Questa sentenza, per certi versi sorprendente – tenendo conto delle cifre che girano nel circuito pro – è stata firmata da Nick Bollettieri, uno degli allenatori-manager che hanno fatto la storia dello sport.
L’82enne proprietario e fondatore della Nick Bollettieri Tennis Academy (centro dal quale sono usciti campioni del calibro di Agassi, Becker, Courier, Rios, Sampras tra gli uomini; Capriati, Jankovic, Hingis, Seles, Sharapova, Venus e Serena Williams, tra le donne) ha fatto i conti in tasca ai professionisti della racchetta, provando così a spiegare i motivi della crisi degli atleti statunitensi.
“Il tennis è uno sport estremamente costoso – ha sottolineato proprio il guru di origini italiane – tenete conto del fatto che tra viaggi, professionisti al seguito e spese per “vitto e alloggio”, in una stagione si può arrivare a spendere centinaia di migliaia di dollari. A volte anche di più. Un esempio? . Il sudafricano Kevin Anderson ha ammesso di aver sborsato, nel 2012, circa 225'000 dollari per le spese di viaggio per lui e per allenatore e fisioterapista che lo seguono. E qui si sta parlando di giocatori già affermati. Prima di arrivare a quel punto si deve spendere, moltissimo, per la formazione. E quanti pensate siano in grado di sponsorizzare un atleta in erba, scommettendo sul suo futuro?”.
Negli Stati Uniti i big del tennis scarseggiano: i migliori sono Querrey e Isner. “Il problema è che, visti i costi, i giovani a stelle e strisce preferiscono puntare su altre discipline. Sicuramente più remunerativi – vedi il football, il baseball e il basket – e nei quali i costi sono coperti da altri. In questi sport medici, preparatori, costi per gli impianti, viaggi e quant’altro tutte le spese sono a carico della “squadra” della società. Un giovane può dunque preoccuparsi esclusivamente dell’aspetto tattico, tecnico e fisico. Altro problema targato USA è che il passaggio dai College è lungo: i ragazzi arrivano sui circuiti professionistici non prima dei 22-23 anni. In ritardo, colpevole e spesso non colmabile, rispetto ai “colleghi” delle altre nazioni”.



