L’invi(t)ato
Bonus: "Adelante" ma "con juicio"
di Ovidio Biffi

Keystone / Martial Trezzini
Bonus: "Adelante" ma "con juicio"
di Ovidio Biffi
Tanto tuonò che piovve. Dapprima la classe politica (sinistra e destra a braccetto, dietro al solito Blick gran pifferaio) che chiede la rinuncia ai «bonus». Poi un crescente mugugno popolare che coinvolge nella critica...
Tanto tuonò che piovve. Dapprima la classe politica (sinistra e destra a braccetto, dietro al solito Blick gran pifferaio) che chiede la rinuncia ai «bonus». Poi un crescente mugugno popolare che coinvolge nella critica anche il Consiglio federale visto che, aiutando l’Ubs, non ha ritenuto necessario di fissare condizioni sull’intollerabile «sistema di remunerazione». E infine ecco la prima breccia: Peter Wuffli, l’ex direttore generale di UBS, ha volontariamente rinunciato a una remunerazione di 12 milioni di franchi prevista nel suo contratto, cioè ancora da incassare.
Nell’intervista rilasciata alla «NZZ am Sonntag» l’ex-dirigente scarica critiche anche sulle spalle degli ex-colleghi (di Ubs come di altri istituti) che un tempo correvano con lui sui dorati «tapis roulants» dell’ingegneria finanziaria: il versamento di grosse somme a quadri di imprese che sono in una situazione critica non è giustificabile, in particolare per coloro che abbandonano la nave. Nella sua auto-flagellazione Wuffli si spinge sino a dirsi dispiaciuto che decisioni e investimenti presi «in tutta buona fede» durante il suo mandato, abbiano potuto causare conseguenze così pesanti per la banca.
Il bel gesto di Wuffli ha subito raccolto ammirazione, tanto che ora si attendono imitatori. È normale che si proceda su questa china, sospinti cioè da un misto di indignazione, di rabbia e di vendetta, sino a chiedere la restituzione di quanto incamerato negli anni passati. Il ravvedimento di Wuffli ha però anche un amaro retrogusto. Riferendosi al suo passato, l’ex PDG di Ubs dice di aver perso dall'inizio del 2007 circa 50 milioni di franchi sulle sue azioni, vale a dire su gran parte dei «bonus» che si era auto-assegnato come presidente del suo istituto, tanto per non essere da meno di una miriade di suoi subalterni. Questa linea di difesa ha il pregio di portare a galla il concetto di «perdite» tecniche, cioè di retribuzioni «sgonfiate» dalla crisi finanziaria. Come lo stesso Wuffli ha spiegato, complessivamente la perdita equivale a circa tre salari annui. Questo concetto quasi certamente ora verrà invocato anche da tutti coloro che, avendo ricevuto analoghi appannaggi, sono chiamati alla cassa per una restituzione. Ma non è finita: nel suo conteggio finale l’ex dirigente indirettamente inserisce tra le perdite anche le imposte già pagate su quei «bonus»! E qui, oltre a veder traballare le rivendicazioni di chi chiede la restituzione dei «bonus» degli anni passati, emergono perlomeno due interrogativi.
Il primo è questo: chi chiede l’abolizione dei «bonus» tiene conto anche dei milioni che mancheranno al fisco di cantoni e comuni (la Confederazione lasciamola da parte, visto che con Ubs si è preoccupata di incamerare il 12,5% sui 6 miliardi di fr. di garanzie…)? Secondo interrogativo: se quei «bonus» spariscono, cioè escono dal sistema dei redditi guadagnati dai quadri dell’alta finanza, i soldi per quelle retribuzioni dove andranno a finire? Io non ho risposte. Credo però che accanto a indignazione, rabbia e malcelato desiderio di rivalsa, gli abolizionisti dei «bonus» dovrebbero lasciare spazio anche a un po’ di buon senso, seguire cioè il manzoniano «Adelante, presto, con juicio» piuttosto che una giustizia forcaiola. Questo per essere certi che quei soldi «risparmiati» a furor di popolo, non finiscano in più lauti dividendi o magari in altri dorati ruscelli che poi sfuggono al fisco.
Foto d'apertura: Keystone / Martial Trezzini
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